La causa delle primavere arabe

Pubblicato da Redazione il

Ha ragione Tamburrano (L’enigma su questo blog il 13 maggio scorso) quando dice che il “risveglio arabo è un enigma”. E non è semplice dare una risposta certa agli interrogativi che pone. Tuttavia se si ricorre a Toynbee è possibile suggerire una soluzione all’enigma.

La cultura occidentale – dice Toynbee – ha un carattere radioattivo che pone costantemente sotto assedio le culture altre. Una volta a contatto con la forza dissacrante della civiltà occidentale le possibilità di reazione che queste hanno non sono molte. In Civiltà al paragone Toynbee scrive che nel seno di una civiltà “aggredita” dall’Occidente, si possono verificare due reazioni difensive: può formarsi un partito erodiano, formato cioè da coloro che non rifiutando la cultura aliena si fanno promotori di una autocolonizzazione forzata, al fine di evitare una colonizzazione imposta . Al contrario può formarsi un partito zelota composta da coloro che ostinatamente rifiutano ogni elemento della cultura altra.

Tuttavia l’espediente del partito erodiano è destinato al fallimento, dato che è impossibile per una società tradizionale poter mantenere in piedi la propria struttura culturale se si consente l’infiltrazione di uno solo, benché apparentemente insignificante, elemento di una società aperta. Questo, scrive Toynbee in Il mondo e l’Occidente, perché: “ogni struttura culturale storica è un tutto organico delle parti interdipendenti” pertanto “(…) se da una certa cultura si sfalda una scheggia e la si introduce in un corpo sociale estraneo, questa scheggia isolata tenderà a trascinarsi appresso, nel corpo estraneo in cui si è insediata, gli altri elementi costitutivi del sistema sociale dove la scheggia è di casa e da cui è stata staccata innaturalmente. La struttura infranta tende a ricostruirsi in un ambiente straniero in cui si è fatta strada una delle sue componenti”. Inoltre, “una volta messo in moto, il processo di acculturazione è inarrestabile e i tentativi degli aggrediti di frenarlo non avranno altro risultato che quello di rendere più straziante la cosa”.

Questa è quella che lo stesso Toynbee definisce la legge di “una cosa tira l’altra”, infatti tale processo si fermerà “solo quando tutti gli elementi essenziali della società radioattiva siano stati impiantati nel corpo sociale della società aggredita, perché solo così la società occidentale può funzionare perfettamente”. Questo significa che di fronte ad una società aggredita si aprono soltanto due strade: l’opzione zelota e cioè la chiusura totale, finchè possibile, a tutto ciò che è estraneo; o l’estirpazione delle tradizione e la mimesi totale della società occidentale, che potremmo definire la via kemalista, e cioè l’occidentalizzazione forzata attuata in Turchia da Mustafà Kemal. La via erodiana è solo un ibrido sterile e pericoloso, infatti, vista la vigenza della legge di “una cosa tira l’altra” è solo un modo per rallentare il declino della società tradizionale e nel contempo, paradossalmente, di aumentarne le contraddizioni creando situazioni esplosive.

Basti pensare alla sorte dell’Impero cinese dopo la prima Guerra dell’Oppio. Lo shock culturale che l’Imperò subì a seguito dell’impatto con la forza delle civiltà occidentale fu drammatico. L’Impero che solo qualche decennio prima aveva sdegnosamente respinto gli ambasciatori britannici fu costretto a prendere atto della propria debolezza e arretratezza. E’ in questo “contesto drammatico che la Cina ha dovuto «imitare» con grande urgenza ed in modo doloroso l’Occidente”, come scrive François in Pensare con la Cina.

Bisognava individuare le sorgenti della potenza europea ed imitarle: fu questo il compito che si pose il movimento dell’autorafforzamento, e cioè l’opzione erodiana. “Una delle idee base del movimento dell’autorafforzamento (…) era quella di apprendere e utilizzare la tecnica e la scienza dell’Occidente in modo strumentale, permettendo, così, alla Cina di resistere alle aggressioni delle potenze, pur mantenendo la cultura e i valori tradizionali. Vennero creati uffici di traduzione, moderni arsenali, cantieri navali, cotonifici ed altre industrie meccanizzate. Tuttavia l’ideologia dello Stato e della società rimaneva il Confucianesimo secondo la formula «il sapere occidentale come mezzo, il sapere cinese come fondamento»” (Sabattini, Santangelo, Storia della Cina).

Un esperimento che non poteva riuscire perchè le tecniche occidentali sono il prodotto di una Weltanschauung che ha la sua peculiarità proprio nell’essere anti-tradizionale. Un esperimento che poteva condurre soltanto alla “schizofrenia del sistema” In breve: l’esperimento non poteva riuscire perchè, per utilizzare la terminologia di Popper, si cercò di far convivere una società aperta all’interno di una società chiusa. I giovani che all’estero o in patria impararono le tecniche occidentali assorbivano con esse una visione del mondo allergica alla tradizione ed alla stasi e “ritornava in Cina e alla vita cinese dopo aver vissuto esperienze sconvolgenti, che trasformavano i giovani studiosi in rivoluzionari decisi a mutare completamente la situazione del Paese” (Corradini, Cina).

Fu per questo che la Cina non ebbe le vele e i cannoni ma la rivoluzione, la fine dell’Impero, elezioni di tipo occidentale e la repubblica di Sun Yat sen. La reazione tuttavia non si fece attendere e, come in Iran più tardi, la lunga marcia di Mao fu innanzitutto il tentativo di richiudere le porte del Celeste Impero all’Occidente e al mondo. Fu il tentativo, comune a tutti i totalitarismi del Novecento di ricreare una Gemeinschaft, retta dalla cogenza di una Tradizione vissuta come sacra: dal maoismo al Volk.

A ben guardare il crollo dell’Impero Ottomano ha creato la stessa situazione. Il Kemalismo (che si inseriva all’interno del percorso aperto dal movimento dei Giovani turchi), non è altro infatti che la radicalizzazione del movimento dell’autorafforzamento cinese che è riuscito a portare a compimento il proprio programma di occidentalizzazione.

Ed è per questo che l’influenza di Mustafà Kemal si diffonde in tutti i territori dell’ex Impero sebbene “nessuna delle successive rivoluzioni sarà così radicale e traumatica come quella turca”. Tutte le altre rivoluzioni infatti, sull’esempio di Nasser, si fermeranno allo stadio erodiano.

Infatti, scrive Guidetti in L’Europa nell’orizzonte del mondo, gli “ideali di indipendenza, di industrializzazione, di giustizia sociale, di unità del mondo islamico; un’unità che ritroviamo negli appelli di Nasser ai popoli arabi, al di sopra dei governi, nei quali l’Islam era sempre l’elemento unificante”. Così come comuni sono stati “i metodi di governo, autoritari, basati sull’azione di un Capo, ma sempre giustificati dal consenso popolare; un modello che (…) aveva esempi recenti (il kemalismo) e tradizionali (le teorie del Califfato)”.

Questo significa che “le nuove ideologie affermatesi, anche quando più facilmente assimilabili a quelle occidentali, avevano sempre elementi radicati nella cultura locale, e si potevano affermare perchè in qualche modo, familiari a chi anche per questo le accettava. (…) Se Nasser parlava di socialismo, ed aggiungeva a tale principio quelli delle democrazia e della cooperazione, ancora si rifaceva a principii tradizionali. Poteva così affermare che, in primo luogo, il socialismo dei popoli islamici era «fondato sul dono», ed infatti la zakat, la donazione ai poveri, è uno degli arkan al-Islam, uno dei «pilastri dell’Islam», insieme alla professione di fede (shahadah), alla preghiere rituale, al digiuno e al pellegrinaggio alla Mecca. Nelle sua manifestazioni più visibili, infine, questo socialismo si concretizzava in una direzione autoritaria dell’economia, che doveva essere indirizzata al bene della nazione (così era nella tradizione dell’Impero Ottomano), in nazionalizzazioni di ampi settori di attività, nella riforma agraria per distribuire la ricchezza in modo più adeguato e infine il rifiuto della lotta di classe in nome della solidarietà fra i cittadini (anche questo un vecchio principio kemalista, che veniva da più lontano). Questa idea di socialismo islamico aveva sedotto molti, fin dalla seconda metà del XIX secolo anche se con modalità profondamente diverse, e molti ricercavano i principi del vero socialismo proprio nell’Islam nei suoi principi di vita comunitaria”. Questo vuol dire che i regimi che si sono instaurati nella sponda sud del Mediterraneo non sono altro che il tentativo di percorrere la via erodiana: hanno tentato di innestare un software europeo all’interno di un hardware islamico.

Il punto è che questi regimi sebbene nascano da un comprensibile ed umano interesse a far convivere la tradizione (la propria anima culturale) con le aspirazioni occidentali, si tramutano ben presto in strutture di potere autoritarie e corrotte. Lo slancio iniziale si esaurisce, si irrigidiscono ed iniziano ad asfissiare ogni aspetto della vita sociale. Questo perchè è proprio il loro carattere ibrido che li porta a guardare con sospetto e timore i propri stessi cittadini, visto che da essi non può che venire o una reazione zelota o una rivoluzione occidentalizzante.

L’elemento paradossale è che gli autocrati dei regimi erodiani tendono a percepirsi e a presentarsi all’esterno come l’unico bastione possibile contro il ritorno della società chiusa (in questo caso il radicalismo religioso). Essi infatti si considerano (e sono considerati) il più forte (e avanzato) presidio occidentale in patria. Senza di essi è il diluvio del fondamentalismo islamico. E’ anche per questo che “l’Occidente (…) vede nel mondo arabo soltanto l’alba del fanatismo oscurantista”, come scrive Fatima Mernissi in L’Islam e la democrazia. Tuttavia i fatti degli ultimi mesi stanno dimostrando che non esiste solo la possibilità di una reazione zelota di massa, ma anche di una rivoluzione occidentalizzante.

E’ questo un punto che spesso non viene colto. Basti guardare quanto inchiostro è stato versato per cercare di sostenere che i giovani che nel 1989 erano scesi in Piazza Tienanmen in realtà chiedevano solo un po’ di benessere in più e non le libertà occidentali (si veda ad esempio Maonomics di Loretta Napoleoni). Con una forza stupefacente in molti si sono fatti portatori di un inutile e egoistico relativismo culturale come quando si scrive che “ciò che a noi appare culturalmente difficile o impossibile da accettare, vale a dire l’onnipotenza invadente dell’autorità non bilanciata da difese costituzionali e legislative a tutela dell’individuo-suddito, è per i cinesi l’ordine naturale della società. Esiste un universo diverso dal nostro con il quale è necessario misurarsi (…) andando oltre gli stereotipi” non ingabbiando un “fenomeno di così profondo significato dentro concetti che sono il Dna dell’Occidente ma non dell’Oriente” (Fabio Cavalera, Repubblica impopolare cinese). Questa è una visione astigmatica, che, negando l’universalità dei diritti individuali, spacca l’essenza stessa della società occidentale in quanto prodotto dell’Umanesimo. Dire che i cinesi “non hanno l’Occidente nei loro geni” significa sostenere una posizione che relativizza l’umanità, non in base alla razza, ma alla costumanza politica e pertanto aprire la porta a qualsiasi aberrazione.

A piazza Tahir chiedevano ciò che a piazza Tienanmen è stato negato con i carri armati: è per questo che nel cuore politico di Pechino gli studenti improvvisarono una copia della Statua della Libertà in cartapesta e fecero risuonare la Marsigliese in cinese. Ed è proprio per questo che il regime cinese filtra attentamente le notizie delle rivoluzioni nordafricane. I sentimenti e le aspirazioni dei giovani magrebini sono le stesse dei giovani cinesi ed hanno un’unica fonte il fallimento (inevitabile) del compromesso erodiano. E questo perchè dal 1978 la Repubblica popolare si è avviata nuovamente, dimentica del passato, sulla via erodiana: innestare un pezzo di Occidente, il mercato questa volte, sul fusto cunfuciano-comunista dello Stato.

Se così stanno le cose, questo significa che l’inflazione generata dal QE2 (e la conseguente impennata dei prezzi dei generi alimentari) è stata solo la miccia che ha dato fuoco alla rivolta. La voglia di libertà, di benessere, di democrazia è cresciuta in quei popoli negli ultimi cinquant’anni, fino ad esplodere. La proliferazione delle nuove tecnologie della comunicazione, Internet, i socialmedia, non hanno fatto che aumentare i canali attraverso cui l’Occidente ha occasione di propagarsi, accrescendone a dismisura la sua radioattività. In altre parole Internet non è altro che una Berlino Ovest, che si dispiega davanti agli occhi di chiunque abbia un computer. E’ una Friedrichstrasse visibile da ogni Sud del mondo. E nonostante il Great Firewall cinese (la censura informatica) non c’è muro che tenga.

Questo significa che DominiqueMoïsi, che pur ha avuto il grande medito di introdurre i sentimenti nell’analisi delle relazioni internazionali (si vede Geopolitica delle emozioni), aveva torto quando individuava nel rancore il sentimento collettivo del mondo arabo: le rivoluzioni odierne mostrano che la vera emozione collettiva era ed è la speranza: la speranze delle libertà occidentali.

A fronte di questa speranza qual’è la risposta dell’Occidente? La paura. Non tanto la paura del diverso, o la paura di vedersi strappare il proprio benessere. Ma peggio la paura, pericolosissima perchè mina la coscienza stessa dell’Occidente, di riconoscere agli altri i nostri stessi i diritti. Una paura che minaccia l’anima stessa della nostra civiltà quale appunto “dispensatrice di diritti”. E’ la paura di attuare nei fatti la promessa occidentale, che con una forza strepitosa abbiamo diffuso negli anni nei quattro angoli del globo, e cioè che i diritti occidentali sono diritti universali in quanto diritti dell’uomo.

Rispondere mossi dalla paura alla voglia di Europa dei giovani magrebini è una mossa pericolosa e poco lungimirante. La reazione zelota (come mostra il precedente cinese e quello iraniano o anche la fine della Rivoluzione napoletana del 1799) è sempre dietro l’angolo ed essa è generata dal rancore, il prodotto inevitabile della frustrazione delle aspettative cui si aggiunge il disorientamento dovuto alla dissacrazione degli ultimi elementi della società tradizionale. In breve negare al mondo islamico nei fatti le libertà e le promesse di benessere che abbiamo fatto loro significa spalancare le porte al rancore e con esso creare la materia prima necessaria alla restaurazione della società chiusa.

Categorie: Analisi

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