Siamo tutti calvinisti

Pubblicato da Redazione il

In libreria, nelle ultime settimane sono usciti, tre piccoli, ma possenti libricini. Indignatevi! del veterano della resistenza francese Hessel; Odio gli indifferenti, una piccola raccolta di scritti di Gramsci; ed infine Ingrao con Indignarsi non basta.

Tre pubblicazioni recenti, eppure, ma forse sbaglio, la sensazione è quella di trovarsi di fronte a un déjà vu, come se da anni ormai fossimo circondati di voci, di appelli, di richiami che ci chiedono, ci supplicano, un moto profondo nell’animo, un’azione collettiva, una presa di posizione decisa. Eppure nulla pare muoversi. Tutto tace.

Perchè allora nonostante tutti questi appelli, nonostante l’evidenza quotidiana, nonostante shock e defibrillazioni quasi costanti, il corpo (sociale) non reagisce? Perchè – per dirla con Touraine – “i «problemi sociali» non hanno suscitato la creazione di grandi «movimenti sociali»”? Perchè?

Azzardo un risposta. Perchè “pensiamo, sentiamo ed agiamo” all’interno di paradigmi dominanti, creati dall’uomo, ma a lui esterni, che gli si impongono attraverso un potere coercitivo, la cui forza consiste nel far sì che una semplice visione del mondo diventi il mondo stesso; che un artefatto diventi un fatto ed una idea una cosa sociale. Questi paradigmi, come i grandi Imperi, sono soggetti ad ascesa, dominio e caduta. Non sono costruzioni né perfette, né eterne.

Di quale Impero, viene allora da chiedersi, siamo sudditi ora? Qual’è il paradigma dominante che impone a tutti le lenti attraverso cui vedere il mondo?

Siamo ancora sudditi – nonostante la crisi economica che ha causato – di un paradigma che è un’amalgama di etica weberiana e morale hayekiana, un mix che produce un pensiero fortissimo tanto da essere dominante. I cui cardini sono:

1. Il sistema politico ed economico in cui viviamo è il migliore dei mondi possibili. Solo qui siamo liberi di espandere la nostra essenza e di avere conferma della grazia divina nel successo terreno. Il risvolto della medaglia è che chi non riuscirà ed elevarsi spiritualmente attraverso il suo conto in banca non potrà dare la colpa al libero mercato, né inveire contro lo Stato, né invocare una maggiore giustizia sociale, dato che, come puntualmente scriveva Hayek, questa non è altro che l’invidia dei meno agiati. Potrà prendersela soltanto con sé stesso e non potrà nemmeno “essere libero di bestemmiare”, come pur credeva Pertini. Questo significa anche che, volendo accentuare la componente weberiana, all’interno di questo paradigma il sistema del welfare state viene contestato su basi economiche ma viene condannato per colpe etiche: corrompe la libera ricerca della predestinazione divina.

2. Da ciò ne consegue che – come scriveva Luttwak – “i più facoltosi sono quasi ritenuti in odore di santità”. Per Hayek i ricchi, non sono solo il motore del progresso, ma sono coloro che “vivono già in una fase dell’evoluzione non ancora raggiunta dagli altri”, gli oracoli del mondo che verrà. Sono loro – all’interno di questo paradigma – le vere “sentinelle del mattino”. E il povero? Il povero, sarebbe più corretto dire il non nababbo è, come acutamente nota Vittorino Andreoli nel suo ultimo libro “un quasi-uomo”.

Ecco allora il perchè non ci si indigna. Perchè nel paradigma vigente, le personali difficoltà economiche e sociali non sono altro che insuccessi privati, fallimenti morali, di cui non si va certo orgogliosi, anzi di cui ci si deve vergognare. Meglio allora non sbandierarli in pubblico. Meglio rinchiudersi, meglio distrarsi, stordirsi e, forse, provare a sperare.

In questo senso la tanto decantata Meritocrazia, quasi panacea di ogni male, se non accompagnata da interventi pubblici per l’uguaglianza delle opportunità, diventa il regno della grazia weberiana.

Questo spiega, d’altro canto, il bofonchiare delle sinistre, tutte le sinistre. Irradiate dalla forza radioattiva del nuovo paradigma dominante, che ne intaccava l’essenza stessa (il mondo è sempre perfettibile e lo Stato è un utile strumento chirurgico), hanno dovuto cambiare pelle, sono diventate New Labour, Nueu Mitte, New Democrat, Centro-Sinistra: mimetismo politico a scopo sopravvivenza. Eppure questo cambiamento di pelle non ne ha salvato l’anima, non sono sopravvissute come alternativa politico-filosofica. Quello italiano non è stato dunque un caso isolato: tutte le sinistre con “vocazione maggioritaria” hanno cercato di scavalcare a destra le destre sulle questioni economiche e sociali.

In conclusione, “i «problemi sociali» non hanno suscitato la creazione di grandi «movimenti sociali»”, perchè i potenziali movimenti sociali, non hanno le lenti per vedere quei problemi. Non ci si indigna perchè non si hanno gli strumenti per misurare le ingiustizie.

Resteremo così ancora calvinisti finchè un nuovo paradigma non acquisterà forza.

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