Trump e l’ordine internazionale

Pubblicato da Redazione il

L’idea che Trump stia sfasciando l’ordine liberal-democratico internazionale costruito dopo la seconda guerra mondiale sta diventando un luogo comune. Basta leggere i commenti e le analisi delle più importanti firme della stampa globale per rendersene conto e anche quando fa qualcosa di buono, come nel caso della Corea del Nord, c’è chi è pronto a mettere la mano sul fuoco che l’obiettivo ultimo del presidente americano sia quello del caos e della destabilizzazione.

Trump non gode di buona stampa nemmeno in una Europa che con piglio aristocratico sembra guardare dall’alto in basso il palazzinaro newyorkese. Non ne parliamo in Italia, dove un anti-americanismo di vecchia data si salda con l’antiberlusconismo e si traduce quasi in odio nei confronti di un Trump che viene considerato poco meno di uno squilibrato che attenta alla pace mondiale.

Ora, visto che le vulgate non mi sono mai piaciute e mi piace fare il bastian contrario, provo a difendere Trump e chiedo: e se non fosse così? e se Trump quell’ordine lo stesse difendendo contro le potenze autocratiche? e se stesse cercando anche di rianimare una comunità transatlantica, svegliando con grossi scapaccioni gli europei dal loro lungo sonno di irresponsabilità globale?

Prendiamo il caso delle sanzioni americane nei confronti della Cina, accolte con un coro di alti lai e strepiti da parte di una Europa, che, assurdità delle assurdità, si schiera con la Cina.

Per capire il senso di quelle sanzioni, che servono a bloccare lo spionaggio tecnologico cinese, è necessario fare un passo indietro. Vado per sommi capi: 1) per poter continuare a crescere un paese ha bisogno di scalare la catena del valore e iniziare a incentrare la propria struttura economica sulle attività ad alto contenuto di conoscenza, di innovazione e quindi ad alto valore aggiunto; 2) ciò vuol dire che il vero motore della crescita economica è dato dalla ricerca scientifica e dall’innovazione tecnologica; 3) perchè ci possa essere ricerca scientifica e innovazione tecnologica è necessario che sia garantita al massimo grado ogni tipo di libertà e la maggiore autonomia possibile del mercato e della società civile nei confronti del poter politico; 4) questo significa che per poter diventare una vera potenza economica e non un centro di assemblaggio di tecnologia matura è necessario compiere una transizione politica, vale a dire il passaggio dalla società chiusa alla società aperta: sulla carta geografica non esistono dittature prospere.

Il potere politico cinese ha compreso perfettamente i primi due punti, ma non ne vuole sapere degli altri due. Sono ormai anni, dai tempi di Wen Jiabao, che la Cina dice di voler passare dal “Made in China” all’ “Invented in China”, ma invece di dare maggiori spazi a individui, università e società civile nel suo complesso, il partito continua a ridurre le libertà e ad essere sempre più pervasivo e autocratico, la presidenza a vita per Xi Jinping è solo la ciliegina sulla torta.

Non stupisce allora che, dato questo comportamento incongruente, a Pechino non riescano a produrre innovazioni scientifica: registrano brevetti e pubblicano articoli a tutto spiano (per poter ricevere finanziamenti pubblici) ma in essi non c’è un pagliuzza di nuovo.

Si capisce allora che per i cinesi l’unica via per non avviarsi verso il necessario declino è quella di rubare a quelle società aperte le tecnologie che loro non sono in grado di produrre. Come rubano tecnologie? Qualche anno fa scrissi un paper, mai pubblicato a riguardo. I cinesi si appropriano di tecnologie altrui in tre modi: spionaggio tecnologico classico (sia in versione cyber che non); acquisizione di aziende titolari di brevetti interessanti; apertura di centri di ricerca cinesi accanto ai centri di ricerca occidentali e assunzione al salari più alti dei ricercatori italiani, irlandesi, francesi, svedesi. Semplice no? I paesi europei stendono tappeti rossi alle imprese cinesi che aprono questi centri di ricerca, senza rendersi conto dei guasti che fanno.

Pechino dunque vuole avere la botta piena e la moglie ubriaca, continuare ad essere una società chiusa a partito unico con al vertice un nuovo imperatore rosso, ma nel contempo vuole i migliori frutti delle società aperte occidentali, senza nulla concedere, anzi togliendo, ai propri cittadini in termini di libertà.

Le sanzioni americane servono a stoppare tutto questo e a forzare, se possibile, anche quel cambio istituzionale che con i liberi commerci non c’è stato. I cittadini cinesi devono infatti scegliere, o libertà, sviluppo e benessere, o autocrazia, involuzione e stagnazione. Il fine dunque è quello non solo di difendere l’ordine liberal-democratico internazionale, ma anche di impedire che le autocrazie possano prosperare sulle spalle delle democrazie, infettando così anche altri paesi.

Data questa motivazione, risulta davvero strabiliante il comportamento europeo che si è tradotto in un attacco a Trump e una difesa della Cina.

La stessa potrebbe essere la logica che ha mosso Trump su nucleare iraniano, su quello nordcoreano e presto potrebbe essere la volta del nucleare indiano e pakistano. Partiamo da un punto: gli accordi internazionali o si rispettano e si rinegoziano, violarli senza che vengano comminate sanzioni significa rendere quegli accordi cartastraccia.

Sulle questioni nucleari resta in vigore il Trattato di Non Proliferazione (NPT) che dice, (giusto o sbagliato che sia, non entro nel merito) che solo i paesi che hanno vinto la guerra possono avere l’atomica a fini militari. Il primo durissimo colpo a regime di non proliferazione è stato dato da Bush, il figlio, con il riconoscimento dell’India come potenza nucleare, stesso cosa è stata fatta da Obama con l’Iran. Trump sta tentando di fare macchina indietro imponendo il rispetto del NTP.

Se il fine nel caso cinese era quello di difendere l’ordine democratico (non c’è benessere senza democrazia), il fine nel caso iraniano è difendere l’ordine liberale (le regole si rispettano).

Anche in questo caso gli europei non hanno fatto mancare di mettere in scena un vero e proprio dramma con strilli alti lai e vestiti strappati, mentre si additava Trump come nemico dell’umanità. Mi stupisce che ancora non ci siano state le marce per la pace, come ai tempi degli Euromissili.

Scherzi a parte, a me pare che l’atteggiamento delle potenze europee sia dovuto alla preoccupazione (del tutto legittima) di vedere andare in fumo gli affari in ballo con Cina e Iran, senza minimamente curarsi delle questioni politiche, tanto a sporcarsi le mani ci sono gli americani.

Ma mentre l’Europa non sa agire politicamente su scale globale, regredisce innescando lotte mercantilistiche su base nazionale per accaparrasi contratti e commesse a livello globale. Non solo ci concediamo nel contempo il lusso di litigare tra di noi, di riprendere la vecchia retorica nazionalista e di rischiare di sfasciare il più grande esperimento della storia umana (l’Unione europea), continuando con aristocratica supponenza a criticare quegli zoticoni di americani che contro i banditi usano la clava contro i banditi.

Trump ci sta dando degli scapaccioni per farci svegliare, ma non è detto che ci riesca.

Categorie: Analisi

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