Sullo scarso senso civico degli italiani

Pubblicato da Redazione il

Menefreghismo, un eccesso di individualismo, indifferenza verso la cosa pubblica, culto del particulare sono spesso ritenuti tratti negativi di un carattere nazionale che non si cura degli interessi collettivi, di un popolo cinico che non combatte per la patria, e si cura solo delle cose del benessere privato, al massimo delle cose di famiglia. I francesi lo sapevano: “Les Italiens ne se battent pas”. Perchè combattere? “Franza o Spagna purchè se magna”.

Tutto chiaro? Nien’affatto. Se così stessero le cose, allora perchè gli italiani si batterono come leoni per due secoli, dalla prima discesa di Federico Barbarossa in Italia nel 1154 fino al tentativo finale di Ludovico il Bovaro nel 1327, contro quell’Impero che intendeva sottomettere i comuni e sottrarre loro quell’autogoverno di cui godevano?

Sismonde de Sismondi nella sua monumentale opera sui comuni italiani scrive che i comuni italiani, dopo aver riscoperto l’antichità, “procurarono di costituirsi a foggia della repubblica romana” e delle sue libertà civiche. E queste libertà i comuni difesero con una forza spaventosa nonostante paurose sconfitte e devastazioni. A titolo di esempio: nel 1160 Crema fu rasa a suolo. Nel 1162 Milano venne conquistata, le mura distrutte e i suoi cittadini deportati in massa.

Perchè dunque allora gli italiani combatterono come leoni senza mai piegare la testa? Perchè, scrive Henri Pirenne, essi avevano la consapevolezza di appartenere “corpo e anima, alla loro piccola patria locale e con loro, per la prima volta dall’Antichità, riappare nella storia dell’Europa un sentimento civico. Ognuno di loro è chiamato, e lo sa bene, a difendere la città, a impugnare le armi, a dare la vita per lei. I cavalieri di Federico Barbarossa hanno visto con stupore i commercianti e i mercanti della città lombarde tenere loro testa. In questa campagna, si vedono esempi di civismo che fanno pensare alla Grecia antica” e alla Roma repubblicana, aggiungo io.

Con le armi dunque difesero la propria libertà ed il diritto all’autogoverno all’interno di città stato democratiche. In questo senso, libertà, autogoverno e patria si intrecciavano fino a fondersi e diventare una medesima cosa. Nella loro città si sentirono a pieno membri di una comunità libera ed autonoma e fu proprio per questo, scrive Von Albertini, che rinacque “il senso dello stato e degli ideali di libertà e democrazia, concepiti secondo gli schemi della tradizione classica e realizzati nelle forme e nelle condizioni consentiti dai tempi”. Con una precisazione: che la libertas “non era intesa come libertà concessa dallo stato, bensì come diritto di partecipare alla vita dello stato, di esserne in un certo senso parte attiva”.

Per inciso, e senza retorica, è da qui che nasce l’Occidente moderno e la civiltà nella quale viviamo. E’ questo il primo vero Rinascimento e non quello delle corti, che altro non è che sfarzo di satrapi orientali.

Poi però qualcosa cambia. Questa struttura istituzionale diede vita a una sbalorditiva rivoluzione industriale e commerciale che produsse ricchezze delle meraviglie che però, è una storia che conosciamo, si andarono a concentrare nelle mani di pochissimi, mentre il resto della popolazione di proletarizzava. I pochi ricchi ben presto riuscirono a tradurre la propria forza economica e militare in forza politica, svuotando dall’interno le libertà comunali e imponendo sulle antiche repubbliche delle vere e proprie dittature: Lorenzo de’ Medici, che fu magnifico solo per i suoi adulatori prezzolati, è il classico esempio di un magnate che distrugge le libertà repubblicane dall’interno ed impone una tirannia personale.

Sono le signorie che, non essendo in grado di fondare il proprio potere su nessun principio di legittimazione, dovettero ricorrere alla forza bruta e all’instaurazione di un clima di terrore. Per inciso, sta qui la ragione (a Machiavelli la cosa sfugge del tutto) per cui i signori locali iniziarono a servirsi delle milizie mercenarie, che andarono a sostituire quel cittadino-soldato che era prima la normalità in guerra, come nella Roma repubblicana del resto. I nuovi tiranni, dopo aver usurpato le città-stato italiane e posto fine alle antiche libertà, furono costretti a trasformare lo strumento militare da esercito di popolo a milizia mercenaria, perché non si fidavano di lasciare le armi in mano ai cittadini che avevano reso servi: se avessero armato il popolo gli si sarebbe ritorto contro.

Scrive Carlo Cipolla, “la decadenza dell’ordinamento comunale e l’instaurarsi delle Signorie avevano comportato un deciso deterioramento della vita sociale: le masse si sentirono sempre più alienate dall’amministrazione pubblica e discriminazioni sociali vennero sempre più a favorire le aderenze politiche e la tradizione familiare invece che l’intraprendenza e il merito.” Così, senza libertà non solo le masse si allontanano dalla cosa pubblica, ma si prosciugano anche le fonti della ricchezza materiale.

Quando nel 1494 Carlo VIII scese in Italia per rivendicare antichi diritti sul Regno di Napoli, Piero de’ Medici (detto non a caso “il Fatuo”) gli corse incontro per offrirgli le chiavi delle fortezze di Sarzana e Sarzanello, spalancandogli così le porte della Toscana.

A Firenze venne il putiferio, tanto che cacciarono i Medici. Il re di Francia chiese una grossa somma di oro per non devastare la città. Pier Capponi sfidò il re: al suono delle campane ogni casa si sarebbe trasformata in un fortino, le strade sarebbero state sbarrate da catene di ferro, e ogni quartiere avrebbe dato uomini a centinaia.

Quel giorno le campane non suonarono, ma si udì soltanto il tintinnio dei 120.000 fiorini che Firenze pagò a Carlo alla sola condizione che egli proseguisse il suo viaggio verso Roma. Un tentativo di resistenza fu fatto quando Carlo decise di far ritorno in Francia, allora Francesco II Gonzaga tentò di sbarrare la strada al re sul Taro, con la battaglia di Fornovo. Fu un disastro.

Francesco de Sanctis scrive che Carlo VIII poté conquistare l’Italia col gesso, perché “trovava un popolo, che chiamava lui un barbaro, nel pieno vigore delle sue forze intellettive e nel fiore della coltura, ma vuota avea l’anima e fiacca la tempra”.

Le ragioni di questa malattia dell’anima a questo punto sono chiare. La presa del poter politico da parte di una minoranza aveva svuotato le antiche libertà. Le antiche libertà repubblicane per le quali gli italiani aveva combattuto contro una schiera di imperatori tedeschi erano evaporate. La res pubblica non era più cosa di tutti, ma proprietà privata di un manipoli di violenti, che erano estranei al popolo italiano quanto gli invasori stranieri.

A quel punto perchè curarsi della lingua dell’oppressore, o della sua nazionalità? Perchè rischiare la vita in complotti e congiure? In passato, in nome di Bruto, il tirannicida di Cesare, avevano provato a ribellarsi al grido di “Popolo e libertà”, come nel caso della rivolta de’ Pazzi, solo per essere dilaniati. Tanto valeva allora pensare agli affari propri, al proprio particulare.

Ciò per converso spiega perchè gli italiani, quando si sono sentiti realmente partecipi della cosa pubblica e in grado di poter incidere come collettivo sulla realtà, siano riusciti a dare vita a veri e propri miracoli. E’ così che si spiega il miracolo della Repubblica romana che (e la cosa toglieva il sonno a Polibio) in soli 53 anni aveva conquistato tutto il Mediterraneo; così si spiega il caso dell’incredibile crescita e potenza delle minuscole città comunali italiane nel primo rinascimento; e così si spiega il caso da ultimo del miracolo economico post-bellico che in pochi anni ha cancellato secoli di ritardo.

Quando invece non si ha la possibilità di avere voce in capitolo sul governo del proprio mondo, della propria vita e delle proprie cose, se si è solo oggetti passivi al di sopra dei quali passano le vicende politiche, allora perchè darsi pena? Perchè curarsi di una cosa pubblica che in realtà è solo di pochi? Un tiranno vale l’altro: “Franza o Spagna purché se magna”.

Categorie: Analisi

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