Sul complottismo di massa

Pubblicato da Redazione il

La rivolta contro i vaccini è davvero una cosa fuori dal normale: perchè uno razionalmente dovrebbe rifiutarsi di curare i propri figli con farmaci che sono approvati dalle autorità preposte e dalla comunità scientifica?

Il fenomeno è in sè davvero sconcertante ed è necessario tentare di intuire quale sia l’origine.

È probabile che sia il modo in cui viene a galla il disagio prodotto dalla questione sociale, che è in parte frutto della crisi economica, in parte il prodotto di una trasformazione epocale che colpisce l’economia e la società.

Eppure secondo me c’è anche dell’altro. C’è un complottismo di massa costruito sull’idea che dietro i vaccini ci siano le trame di multinazionali avide di denaro e c’è un giustizialismo di massa che punta il dito contro tutti politici corrotti, per definizione, al soldo di quelle multinazionali e per questo hanno imposto i vaccini per legge.

Complottismo e giustizialismo di massa, che poi sono i due sentimenti di cui si nutre il populismo grillino, che usa la parola “vergogna” come una clava per la battaglia politica e prova disgusto nei confronti del Parlamento ( si veda a tale riguardo Di Battista – tipico esponente dell’homo grillinus – che conosce solo due parole: vergogna e disgusto).

Complottismo e giustizialismo di massa, dunque, che però, a loro volta, rimandando ad altro. Infatti non sono che due facce di una stessa medaglia, e cioè una profonda sfiducia nei confronti delle istituzioni nazionali. In questo senso si può dire che il sentimento anti-scientifico che si manifesta nell’opposizione ai vaccini, è, mi pare, più un sentimento di sfiducia verso le istituzioni che in questo paese fanno scienza, piuttosto che contro il progresso scientifico in sè.

Sfiducia nelle istituzioni, dunque. Ma perchè? Perchè nei secoli che vanno dalla caduta di Roma all’Unità, siamo sempre stati soggetti al controllo straniero? E’ probabile, ma forse c’è qualcosa di più.

Nella storia d’Italia ci sono due possenti direttrici, Roma e la Chiesa cattolica, due entità distinte, anche se in parte si sovrappongono. Per dire: le scarpe rosse sfoggiate in più di una occasione da Benedetto XVI (Pontifex, guarda caso, proprio come lo fu Giulio Cesare) altro non sono che il calceus mullus, una scarpa per l’appunto rossa come una triglia (mullus), che solo le più alte cariche della Roma antica (repubblicana) potevano indossare. C’è chi le fa risalire ai re di Alba, chi sostiene che sia una tradizione etrusca. Nella Roma repubblicana diventano un segno distintivo della magistrature curuli, insieme con la toga bordata di rosso (toga pretexta). Per poi diventare un segno distintivo dei vertice politico di quella Roma imperiale sui cui si innesta la Chiesa ed il papa. Di qui la scelta di Ratzinger e delle sue scarpette rosse.

Sono pertanto due entità possenti, il cui riverbero arriva sino a noi, e sulle quali avrebbe dovuto essere abbastanza semplice costruire una salda idea di nazione. Eppure…

Quando l’Italia risorge lo fa voltando le spalle a questo passato. L’Italia unita nasce infatti anticlericale e si può solo immaginare quale possa essere stato l’effetto sulla coscienza collettiva profondamente cattolica di questo paese il “Non Expedit” con il quale nel 1874, a soli quattro anni dalla realizzazione del sogno di generazioni di patrioti di un’Italia unita nel nome di Roma, Pio IX scollava le masse dalle loro istituzioni nazionali.

Restava intatta però l’idea di Roma sulla quale l’Unità era stata fatta: non a caso con “Roma o morte” Garibaldi diede inizio a Marsala alla Spedizione dei Mille.

Tuttavia, quell’idea fu presa in ostaggio dal fascismo che provò a costruirci su una sua legittimità, riesumando, soprattutto dopo la guerra d’Etiopia, l’idea di un Impero romano (non della repubblica si badi) che dopo quindici secoli riappariva “sui colli fatali di Roma”. Certo, è un impero tronfio, sbracato, grottesco, di cartapesta e per questo anche feroce (Del Boca lo ha dimostrato). Così quando il fascismo cade, trascina con sè nel dispregio e nell’ignominia anche l’idea di Roma.

Ecco perchè, dopo la guerra, la repubblica che nasce non può che aggrapparsi alla resistenza, che ha avuto il compito fondamentale di trasformare una guerra di aggressione, dichiarata dal fascismo alla Francia il 20 giugno del 1940, in una guerra di liberazione dal fascismo stesso. Situazione al limite del surreale, tanto che inglesi ed americani ci dissero “Cobelligeranti” (termine sconosciuto fino ad allora alla storia universale), visto che alleati non potevamo essere, avendoli combattuti fino a qualche mese prima. Non a caso i cobelligeranti italiani furono vestiti con le divise dei soldati inglesi caduti proprio per mano di italiani e tedeschi.

La resistenza ha avuto dunque un ruolo essenziale, riscattare l’Italia dal fascismo, dunque dal proprio passato. Fu lotta eroica ma – è difficile negarlo – di pochi.

Questo significa che il mito fondativo su cui, dopo quasi venti secoli rinasce quella Repubblica, che per Polibio sul il vero segreto della grandezza di Roma, è vivo – purtroppo – nella coscienza di pochi ed ha un retroterra storico e geografico limitato.

Dunque, complottismo e giustizialismo di massa, vale a dire la sfiducia nei confronti delle istituzioni, sono il prodotto di un antico duplice scollamento tra masse e istituzioni politiche, (in questo senso la dicotomia di Pasolini tra Paese reale e Palazzo), il che vuol dire una mancata nazionalizzazione delle masse, (contadine prime ed operaie dopo … di qui il costante massimalismo), che non ha potuto compiersi per l’assenza di un retroterra storico ampiamente condiviso e di cui andar fieri. Di qui la difficoltà, inoltre, di pensarsi come nazione e di pensare in termini di interesse nazionale.

Ciò significa che, se il ragionamento fatto sinora ha senso, l’Italia, nonostante un passato che non ha uguali al modo, di cui altri si sono serviti per fondare la propria identità (a Washington c’è un Campidoglio ed un Senato), nonostante ciò l’Italia è nata e resta orfana perchè priva del proprio passato.

Categorie: Analisi

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