Ricerca scientifica e questione meridionale

Pubblicato da Redazione il

Nel 2005 scrissi un progetto (Carmine Pacente, Marco Sansone, ma anche Giuseppe Sacco e Bruno Vecchio se lo ricorderanno sicuramente) che chiamai “Progetto Ulisse”, per avanzare un’idea per lo sviluppo del Mezzogiorno.

Il ragionamento era semplice: trovare un punto di equilibrio tra la necessità della tutela ambientale e quella della modernità, la necessità cioè che anche i giovani meridionali potessero dare il loro contributo allo sviluppo della modernità e non stare solo a produrre prodotti tipici, ballare balli tipici, cantare canzoni tipiche e diventare la caricatura di un Sud, che non era certo un idillio bucolico e che forse non era mai esistito.

Anche la proposta era semplice: portare all’interno delle aree protette, favorendo la delocalizzazione di centri di ricerca pubblici o privati, attività di ricerca scientifica e tecnologica a bassissimo o nullo impazzo ambientale. Un centro (sparo esempi a caso pensando al Cilento) di matematica avanzata a Palinuro, uno di computer science a Castellabate, di fisica teorica a Velia, uno di biologia a Cicerale e un altro a Piaggine. L’ideale sarebbe se tutti questi centri potessero cooperare e lavorare insieme, così da creare dei veri e propri distretti della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica.

Una prospettiva che ha ancora più senso oggi con l’inizio di quel fenomeno nuovo, l’offshoring che consiste nel ritorno nei paesi sviluppati di quelle attività produttive che erano andate in Cina e che si insediano là dove c’è produzione di materia grigia e non agevolazioni fiscali e bassi salari.

Ora, nei giorni scorsi è stato approvato il decreto sul Mezzogiorno e leggendo i titoli dei giornali ho iniziato a preoccuparmi. Spero di essere smentito con i decreti attuativi, ma i presupposti non sono dei migliori.

Primissime impressioni.

L’accento è posto in maniera prevalente, invece che su tecnologia e innovazione, su agricoltura e turismo.

La prova? Per la costituzione da parte di under 35 di nuove imprese (generiche) l’art. 1 stanzia un miliardo e 250 milioni (di norma 50 mila euro ad iniziativa). Per le imprese agricole, l’art. 2 stanzia 50 milioni nel quadriennio 2017-2020. L’art.3 prevede la possibilità che Comuni e privati diano in affitto o concessione aree edificate abbandonate da 15 anni. Concessione o affitto che non possono comunque andare oltre i 9 anni. Solo 9 anni? E che senso ha? Per le spiagge è di 99 anni. Ma c’è il diritto di prelazione per i privati, qualcuno potrebbe dire. Chiedo: perché un privato, dopo che ti hanno aggisutato una proprietà che avevi abbandonato, perché dovrebbe vendere?

Ma andiamo oltre. Dunque una marea di soldi, anche se estremamente parcellizzati per iniziative a vanvera: senza nessun asse strategico preferenziale, senza nessuna (apparente) programmazione, quindi tecnicamente (spero di essere smentito) si tratta di interventi al pioggia. Tuttavia per i Cluster Tecnologici Nazionali (CNT) previsti dall’articolo 3-bis la “norma dispone per il 2017 un contributo forfettario a ciascun Cluster, nell’ambito di uno stanziamento complessivo per il medesimo anno stabilito in 3 milioni di euro”.

Gli articoli 4 e 5 istituiscono le Zes. Sulle zone economiche speciali, ci sarebbe molto da dire. In genere sono uno strumento che i paesi in via di sviluppo (le Tigri asiatiche negli anni ’60, la Cina negli anni ’80) adottano per favorire gli investimenti internazionali, così da drenare tecnologia e know-how, offrendo agevolazioni fiscali, bassa o nulla tutela ambientale e sindacale, bassi salari e tanti occhi chiusi sulle condizioni di lavoro.

Però attenzione, il fine prioritario non è creare (nemmeno nel medio periodo) sviluppo all’interno delle ZES (se le condizioni di lavoro migliorano, se i salari crescono, se la tutela ambientale migliora, la ZES perde di senso e muore).

Il fine ultimo è quello di acquisire attraverso gli investimenti esteri tecnologia e know-how così da colmare il gap di conoscenze e tentare di avviare un processo di crescita autopropulsivo.

Ripeto sono uno strumento che usano i paesi non sviluppati per drenare conoscenza, non un paese sviluppato parte del G7 che la conoscenza la produce.

Se proprio vogliamo ricorrere al concetto di zone economiche speciali, queste vanno create non intorno ai porti (non ne capisco il senso) ma intorno alle università, le fabbriche di quella materia grigia che ora è uno dei motori principali dell’economia, o all’interno di aree protette per creare dei distretti della ricerca scientifica in grado di dare lavoro alle menti locali, di attrarre i ricercatori italiani andati all’estero e ricercatori stranieri, offrendo salari più alti (non meno) del resto del paese, condizioni ambientali eccellenti (e non deroghe ambientali), agevolazioni sul lavoro da impresa svedese e non da “fabbrica del sudore” vietnamita.

Chi non vorrebbe lavorare (banalizzo) a Palinuro o a Tropea, in un centro di ricerca di prim’ordine, con un salario a livello da nordeuropa?

Se continuiamo così il futuro per il Sud si farà sempre più nero, con i giovani costretti a scegliere tra un futuro con in mano il vassoio o la valigia. Ammesso (e non concesso) che vogliano rimanere nella legalità. Altrimenti…

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