Orlando e la proprietà privata

Pubblicato da Redazione il

Ho aspettato un pò a scrivere perchè speravo in una precisazione, che però non c’è stata. Almeno per quanto ne so.

Il cosiddetto “codice antimafia” prevede la possibilità che ad una persona indagata per corruzione possano essere sequestrati i beni, prima ancora che sia condannato. Indagata dunque, non condannata.

A difendere il provvedimento il presidente del Senato Pietro Grasso, la presidente della commissione antimafia Rosy Bindi e il Guardasigilli Andrea Orlando.

Quest’ultimo, intervistato da Massimo Bordin, ha detto: “la proprietà privata può essere messa in discussione quando è di dubbia provenienza”. Così, finalmente , ha proseguito il ministro, facendo riferimento alla sua cultura di provenienza, si infrange il “tabu della proprietà privata”.

A me sembrano parole assai gravi e dalle conseguenze (inintenzionali) disastrose, perchè di fatto rischiano di far saltare il perno intorno a cui ruota tutta la costruzione dello stato di diritto.

Il miracolo occidentale in termini di libertà e benessere inizia quando si posero dei limiti al potere assoluto del sovrano. Così il potere assoluto diventa relativo quando inizia a riconoscere dei limiti di fronte a sè, degli ambiti cioè nei quali non può entrare e cioè la società civile ed il mercato.

Società civile e mercato sono costruiti intorno alla proprietà privata, che è l’inviolabilità del domicilio, la libertà di stampa e di parola, la possibilità di non morire di fame sfruttando quella proprietà privata con la libera iniziativa imprenditoriale.

Certo, il socialismo liberale ha posto giustamente dei limiti a tale proprietà: non “può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, come recita l’articolo 41 della nostra Costituzione; deve avere una funzione sociale, ed essere accessibile a tutti, come impone l’articolo 42 della Costituzione; ed infine deve essere soggetta ad una tassazione progressiva (art. 53), necessaria a costruire quello stato sociale che serve a curare i mali (accanto ai tanti beni) prodotti dal mercato.

Tali limiti sono giustificati dal fatto che, a differenza di quanto insegna la scuola classica dell’economia, il mercato non tende alla concorrenza perfetta, ma al monopolio e, invece che un’equa distribuzione dei beni, produce disuguaglianze, che rischiano di spaccare in due le società, tra chi ha (i pochi) e chi non ha (i molti) con la conseguenza di ritornare a società frammentate in classi chiuse.

E’ sempre stato così: ad Atene i nullatenenti sono i Teti, a Roma la plebe senza terra, nelle città medievali il popolo minuto, nelle società industriali il proletariato.

Si crea così una questione sociale, che se non risolta conduce al disastro.

Ad Atene i nullatenenti prendono il potere e fanno schiantare la città nella disastro della spedizione siciliana. A Roma si mettono al soldo degli oligarchi nelle guerre civili e garantiscono la vittoria di Ottaviano (il distruttore della repubblica) che da privato cittadino (lo dice lui) si fece un esercito.

In conclusione si tratta, per dirla con Olof Palme, di tosare, senza uccidere la pecora ed usare quella lana per portare avanti chi è rimasto indietro (le parole sono di Nenni) e creare delle istituzioni funzionanti per impedire che qualcuno in futuro possa rimanere indietro.

E’ per questo, e spero che Orlando ci rifletta su, che la proprietà privata deve rimanere un tabù intoccabile altrimenti non solo si sfascia lo Stato liberale che è la più importante conquista fatta del genere umano, ma anche lo Stato sociale, senza il quale, i liberisti continuano a non capirlo, anche il primo collassa.

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