Marx era un riformista e Bernstein aveva torto

Pubblicato da Redazione il

L’idea che la malattia che affligge le società avanzate sia una questione sociale si sta ormai diffondendo. Il che è un bene.

Ma che cos’è una questione sociale? Confesso che nonostante un annetto di ricerche non sono riuscito a trovare una definizione soddisfacente. Alla fine mi sono deciso ad inventarmene una io.

Dunque, ci troviamo di fronte ad una questione sociale quando ad una marcata polarizzazione economica (la banca mondiale pone la soglia di allarma a un coefficiente di Gini dello 0,4) si associa l’assenza, l’occlusione o la privatizzazione dei canali si assistenza sociale e di mobilità sociale, in altre l’assenza della Stato sociale.

Il che significa che chi diventa povero resta povere non avendo la possibilità di riscattare la propria sorte per l’assenza di uno Stato sociale che gli fornisca delle leve. Per fare qualche esempio, se le migliori scuole sono solo a pagamento è chiaro che vi possono accedere solo i figli di chi quelle scuole se le può permettere. Questo significa che solo pochi riceveranno una istruzione utile a trovare lavoro e a guadagnare bene.

Le società così si dividono spaccano anche fisicamente con la creazione di quartieri alti e quartieri bassi, scuole di elites e scuole di terza classe. Le società così ritornano a dividersi in classi chiude che non comunicano tra loro e chi nasce nella classe sbagliata è fregato. È il ritorno delle due città di Disraeli.

Per converso questo significa anche che una ricca e prospera classe media senza la quale nè l’economia nè la democrazia funziona è il prodotto di una precisa azione politica che attraverso la macchina della stato sociale garantisce i diritti sociali, cura le disuguaglianze, spegne la questione sociale ed impedisce che il popolo si trasformi in quella folla che abbatte le società aperte.

E questo significa anche che senza le paratie dei diritti sociali, il mercato lasciato a sè stesso tende al monopolio e non alla concorrenza perfetta e produce disuguaglianze e non una equa ripartizione delle ricchezze.

Se così stanno le cose, allora bisogna andare a rivedere la vecchia disputa tra Bernstein e Kautsky (Marx).

In sintesi, Marx dice che il mercato necessariamente produce polarizzazione economica e sociale. Pochi ricchi, tanti poveri e la conseguente proletarizzazione del ceto medio. Bernstein si guarda intorno e vede che il ceto medio non se la passa male e che le condizioni dei proletari sono migliorate. E ne trae la conclusione che Marx aveva torto.

Se uno però legge con attenzione Das Kapital si rende conto di una cosa che, per quanto ne so, è sfuggita a tutti. Marx dice sono le leggi immanenti al capitalismo che producono quella polarizzazione che sfascia tutto. Scrive Marx “La libera concorrenza impone al singolo capitalista le leggi immanenti della produzione capitalistica come leggi coercitive esterne”. Il che significa che non si può uscire dalla prospettiva di “un futuro imputridimento dell’umanità”.

“A meno che” (andrebbe scritto a caratteri cubitali) nella società non si formi una forza che costringa il capitale a cambiare rotta: “per difendersi dal serpente che li strazia gli operai debbono unire le loro teste e ottenere con la forza e come classe una legge statale, una potentissima barriera sociale, che non li costringa, tramite un volontario contratto col capitale, a vendere se stessi e la loro progenie alla morte e alla schiavitù”.

Dunque, dice Marx, la proletarizzazione del ceto medio è una cosa che si produce naturalmente, ma ci può essere una reazione che punta alla creazione di leggi statali (il governo dunque non è più il comitato di affari della borghesia) in grado di imporre dei limiti al potere economico. Questi limiti sono i diritti sociali.

E in questo senso, Il Capitale non è altro che la cronistoria di questa reazione condotta dai sindacati, dai partiti operai e dalla corono inglese.

Se così stanno le cose, il miglioramento della condizione operaia che Bernstein osservava non era il naturale prodotto del capitalismo, ma la conquista delle lotte operaie e sindacali. Pertanto, se quella reazione non ci fosse stata, se non si fosse riusciti a costruire una barriera sociale, lo sfaldamento della società sarebbe stato lo sbocco necessario.

Per concludere, Marx era un riformista che pensava che la ricchezza prodotta dal capitalismo potesse essere incanalata verso il benessere collettivo e che quindi il capitalismo potesse essere reso compatibile con la democrazia anche attraverso l’utilizzo della leva statale con l’imposizione di quei diritti sociali che i movimenti operai chiedevano.

In sintesi, Marx aveva ragione e Bernstein aveva torto.

Categorie: Analisi

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