L’Italia che non c’è…

Pubblicato da Redazione il

Sono in treno, non ho fatto in tempo a prendere il giornale. Mi sono dimenticato le cuffie a casa, piove e non so che fare.

Ne approfitto allora per appuntarmi una riflessione che era un po’ che volevo fare.

Lo scorso anno ho fatto una ricerca per lo Stato Maggiore dell’Esercito per capire come Francia e Gran Bretagna formino la componente morale delle proprie forze armate. Quando mi sono messo all’opera, come prima cosa ho sentito l’esigenza di chiarire i concetti anche a rischio di essere brutali.

Per prima cosa, il mestiere delle armi. Quello del soldato è un mestiere particolare perché implica come cosa “normale” ciò che gli altri reputano non normale, una anomalia, vale a dire l’eventualità di morire sul posto di lavoro. Pertanto essere soldati implica la cosapevolezza innaturale e tragica da parte del soldato e della sua famiglia di morire lavorando.

Dunque la componente morale è la disponibilità a combattere e quindi la consapevolezza di dover per lavoro essere chiamati al sacrificio estremo.

Ma per poter avere una tale tragica consapevolezza bisogna essere convinti che ci sia un valore superiore in nome del quale sia giusto morire.

Dunque, morire per cosa? Qui conviene prendere Clausewitz, che (semplifico in maniera secca) dice che il mestiere delle armi implica la

disponibilità a morire per la patria; e patria non è l’idea ottusa del nazionalismo di “right or wrong this is my country”; non è comunità di sangue o di terre dove sono sepolti gli avi. È altro, è l’idea di missione storica che quel gruppo umano si è dato. Il che significa l’autorappresentazine collettiva che una nazione si dà e la sua proiezione nel futuro.

Patria dunque non è una nazione in sè, ma gli ideali che incarna e quanti per quegli ideali hanno lavorato e sono morti.

In questo senso, sia perdonato il filosofeggiare da strapazzo, la patria non è un essere, ma un dover essere. Non è un dato, ma la partecipazione a un progetto collettivo; è la costruzione di qualcosa nel futuro.

Si capisce allora perché Federico Chabod può scrivere che l’idea di nazione serve come una bussola per orientare gli individui, dare loro una prospettiva di vita collettiva e individuale.

Ora se uno va a leggere i documenti che Francia, Inghilterra, Stati Uniti usano per formare la componente morale delle forze armate, ci si rende conto che questi fanno proprio quanto si è detto qui. Trasmettono un’idea di nazione e della sua missione nel consesso umano, una missione per la quale vale la pena morire.

Così (semplifico) la missione del mondo anglo-americano, patria della democrazia dei moderni, è la difesa e la diffusione della libertà. Quella della Francia è la diffusione della ragione, dei lumi, terra dei diritti.

Consequenziale è la rilettura orgliosa e paradigmatica della propria storia come carrellata di esempi di uomini morti in nome di quegli ideali.

Sia chiaro, il punto non è se le cose stanno così o meno dal punto di vista storico. Ciò che conta è l’idea che si ha di se stessi, e di ciò che si rappresenta (o si crede di rappresentare) agli occhi del mondo.

A questo punto pare normale chiedersi: qual è l’idea di Italia che noi abbiamo? Che cos’è l’Italia? Qual è la missione dell’Italia nel mondo? Io me lo sono chiesto e non ho saputo rispondere.

Se però ci si guarda indietro, un filo da seguire lo si trova.

Se l’Italia da pura espressione geografica (Metternich fesso non era) è diventata, in poco più di una decina di anni, un’unica patria e nel giro di un decennio una nazione che ha abbandonato rapidamente la via del sottosviluppo sulla quale era balzandosamente avviata dal ‘500, lo si deve a una idea che fu in grado di orientare e dare un senso alle azioni dei singoli. Era l’idea della Terza Italia.

Dopo l’Italia della Roma repubblicana, dopo l’Italia dei comuni che combatterono contro il Barbarossa, si sarebbe dovuta costruire una nuova Italia, terra di libertà, di progresso, terra delle scienze e di un progresso dal volto umano. Semplico: è l’Italia di De Amicis liberale, socialista e progressista.

La guerra, la crisi economica portano al collaso di quel paese e favoriscono la nascita del fascismo e di una nuova idea di Italia.

È la quarta Italia, tronfia, prepotente e stracciona, sopraffattrice e vigliacca. Quando il 10 giugno del 1940 la dichiarazione di guerra fu consegnata all’ambasciatore di Francia a Roma Francois-Poncet, questi disse: pugnalate un corpo che è già a terra. La Francia capitolerà dopo dieci giorni. E noi fummo degli infami.

Quella quarta Italia è nazionalista, si rifà ai Cesari e all’Impero, negazione delle libertà repubblicane, e porterà il paese nel disastro della guerra, di cui paghiamo ancora le amare conseguenze.

A vincere quella Guerra saranno inglesi e americani certo, ma anche i partigiani e le forze armate italiane cobelligeranti.

La resistenza coinvolse poche persone e un territorio limitaro, è vero. Ma la resistenza, oltre che commovente scelta eroica di quei pochi, fu politicamente di importanza fondamentale.

Se l’Italia non fu divisa come la Germania o ridotta come il Giappone al rango di semi-colonia, dove MacArthur scrisse la costituzione, lo si deve alle forze politiche che fecero la resistenza e che legittimarono la nascita della Repubblica.

In sintesi, l’Italia risorse, come paese uno e indipendente, perché ci fu la Resistenza.

C’è di più, con il re in fuga, furono i partiti a rifondare lo Stato, diversamente da quanto normalmente avviene: e cioè lo Stato è preesistente alla nascita dei partiti.

Al contrario questi in Italia i partiti ebbero una funzione costituente. Anche per questo, nel bene, prima ancora che nel male, la nostra fu la Repubblica dei partiti.

Ed è su quell’idea di quinta Italia, nata dai valori della resistenza, che si compie il secondo miracolo. La ricostruzione, uno sviluppo economico che ha dello straordinario e un progresso sociale strabiliante che colma il fossato che ci divideva dalle altre nazioni sviluppate. Senza i partiti nati dalla resistenza e senza l’idea di nazione da essi elaborata, difficilmente ci sarebbe stato quello sviluppo economico e quel progresso sociale.

Poi arriva Tangentopoli, che ha un duplice effetto. Il primo: delegittimare tutta la storia delle prima repubblica, che diventa un unico ammasso di corruzione, malaffare e crimine organizzato; dove il Palazzo ha depredato e schiavizzato il Paese reale (una ricostruzione contro fattuale).

Il secondo: distruggere i partiti che avevano fatto la resistenza e che in Italia avevano fatto anche lo Stato. Senza quei partiti la quinta Italia crolla e con essa quell’idea di nazione necessaria a orientare le vite dei singoli.

Da allora questo paese vive in un profondo disorientamento, anzi, riprendendo Chabot, in un profondo sbandamento politico e quindi individuale. È la ragione è semplice: dopo il crollo della quinta Italia, quella dei partiti nati dalla resistenza, viviamo tutti in una Italia che non c’è.

Categorie: Analisi

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