L’atomica di Kim e il ruolo cinese

Pubblicato da Redazione il

Come già detto altre volte, in tutta questa storia tutto corre esclusivamente lungo l’asse Washington-Pechino e la Corea del Nord, praticamente, non c’entra nulla.

I cinesi hanno assegnato a Kim il ruolo del “cane pazzo”, che deve abbaiare a comando facendo finta di essere idrofobico. Breve: a Pyongyang fanno tutto quello che a Pechino dicono loro di fare.

Ma perchè proprio ora la tensione sta salendo alle stelle? Semplice, Trump ha deciso di non chiudere più tutti e due gli occhi sulle trasgressioni cinesi (dal Mar cinese meridionale, che Pechino sta tentando di trasformare in un mare interno; allo spionaggio tecnologico ed economico; al dumping commerciale e monetario) ed ha iniziato a contestare Pechino.

Anche sulla Corea Trump ha posto la questione in termini molto semplici: se è vero, come è vero, che la Corea del Nord dipende in tutto e per tutto (dall’alimentare all’energia) dalla Cina, allora Pechino può condizionarla totalmente. Ciò vuol dire che se la Cina non elimina la minaccia nucleare, deve essere a tutti gli effetti considerata complice di Kim.

Diversamente che nel passato dunque Trump ha iniziato a contestare a muso duro i cinesi, impedendo che raggiungano quello che è da sempre il loro obiettivo: riportare indietro le lancette dalla storia a prima delle guerre dell’oppio, quando l’impero cinese, che si considerava il vertice dell’evoluzione umana, fu distrutto dagli europei. Di qui l’inizio di quel secolo delle umiliazioni, che si concluderà con la fondazione della repubblica popolare cinese nel 1949, ma che ancora plasma la mentalità dei cinesi.

Si tratta ora per la leadership cinese di riavvolgere il nastro della storia e fare quello che allora non ebbero la forza di fare: cacciare gli stranieri e difendere l’impero.

Già Obama aveva preso atto del fatto che la politica su cui gli Stati Uniti avevamo impostato le loro relazioni con la Cina (“engagement economico” e “containment politico”) non stava funzionando.

Quella strategia si basava sull’assunto che, una volta legata la Cina al sistema economico internazionale, i liberi commerci avrebbero prodotto un cambio di regime dall’interno, senza scosse e pacifico, conducendo il paese verso la democrazia.

A quel punto era fatta: visto che, come diceva la teoria della pace democratica, due democrazie non si fanno guerra tra di loro, la questione cinese sarebbe stata definitivamente risolta. Per inciso, questo è il motivo per cui tante concessioni sono state fatte alla Cina (come l’ingresso nel WTO) e tanti danni hanno dovuto subire le economie occidentali. Il vantaggio finale, la pace mondiale, sarebbe stato – si presumeva – di gran lunga maggiore rispetto alle difficoltà economiche patire. Tuttavia questa strategia non ha funzionato a pieno.

La Cina infatti si è rafforzata in maniera straordinaria dal punto di vista economico ma nello stesso tempo si è fatta sempre più forte la presa del Partito comunista cinese sul paese, nonostante la crisi del 1989. In sintesi, i commerci del mondo libero hanno rafforzato l’autocrazia del PCC e di democrazia non c’è traccia.

Di qui a Washington l’idea di cambiare rotta e affiancare al containment militare (sempre attivo) un containment economico (la Trans Pacific Partnership) e impedire a Pechino di chiudersi in un suo impero regionale, con aspirazioni eurasiatiche (la strategia delle due vie della seta).

Ora, come già detto, la Corea del Nord è funzionale alla strategia cinese: le serve per perseguire indisturbata i suoi obiettivi ed impedire che siano contrastati dagli Stati Uniti e dai loro alleati.

Sino ad ora, quando gli americani iniziavano a premere per contrastare Pechino, Kim iniziava ad abbaiare contro i giapponesi, che presi da insicurezza alzavano la voce. A quel punto tutti, in primo luogo la Corea del Sud e Taiwan, si spaventano, ed iniziavano a fare retromarcia. Gli americani allora per quieto vivere la smettevano di denunciare le magagne cinesi, confidando che nel lungo periodo le cose sarebbero cambiate e così Pechino poteva ritornare a fare i suoi comodi.

L’attuale crisi, almeno nelle intenzioni cinesi, avrebbe dovuto seguire lo stesso schema. Non a caso i missili Kim li spara verso il Giappone. Tuttavia a differenza del passato, c’è qualcosa di nuovo. Il Giappone reagisce, stanzia grosse somme per la difesa, la destra nazionalista rumoreggia, ma nell’area le paure del passato non stanno ritornando.

Luttwak qualche anno fa ha scritto un bel libro dal titolo significativo “Il risveglio del drago. La minaccia di una Cina senza strategia”. In quel libro sostiene che la Cina è affetta da una sorta di “autismo da grande potenza”, in sostanza non si rende conto di quello che succede fuori da sè e non si rende conto che può esserci una discrasia tra i suoi interessi e quelli degli altri paesi dell’area.

Così negli ultimi anni ha perseguito una politica sempre più aggressiva nella regione per consolidare il suo ordine sinocentrico, senza rendersi conto che questo modo di fare suscitava paure ed apprensioni.

Il risultato? Ora che Trump fa pressione sulla Cina, Pechino sguinzaglia Kim, ma il meccanismo classico non scatta: l’opinione pubblica della regione ha più paura della Cina che del Giappone. La storia inizia a passare. Le paure dell’oggi prendono il posto, come è naturale, delle paure del passato. E di questo la Cina nemmeno si è resa conto tanto che continua a far crescere la tensione in Corea del Nord, senza muovere un dito.

Se il ragionamento fatto sinora ha senso, allora vuol dire che la Cina, insieme con il suo cagnolino nordcoreano, si è andata a chiudere in un angolo. Il meccanismo della sindrome giapponese non scatta, Trump non molla e oltre il test nucleare della bomba all’idrogeno Pechino e Pyongyang non possono andare impunemente.

Ciò vuol dire che ora è la Cina a dover fare un passo indietro, il che potrebbe provocare gravi conseguenza sulla leadership di Xi Jinping (e forse del PCC), che da aspirante imperatore, potrebbe ritrovarsi, come Cesare, circondato di congiurati. Ma questo è un’altra storia.

Categorie: Analisi

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