La fine della scuola fordista e il ciclismo

Pubblicato da Redazione il

Anzi, se riusciremo (e il se è grande quanto una casa) a curare i guasti sociali prodotti da quanto cambiamento, avremo fatto un bel balzo in avanti. Non vale la pena dunque mettersi a lutto per la fine di quel mondo. Tuttavia, sulla fabbrica fordista e su una organizzazione di tipo taylorista, noi abbiamo costruito e strutturato le società nella quali viviamo.

Per dire… che cos’è un ciclo di studi scolastici se non una catena di montaggio dove dei giovani, passando di stadio in stadio, vengono riempiti di contenuti fino al controllo di qualità finale che ci dice se sono pronti o no per essere immessi nel mercato?

Anche gli orari della scuola e il modo di stare in classe, come dei piccoli plotoni, sono plasmati sulla fabbrica fordista, campanella-sirena, appello-cartellino etc…

Ora io mi chiedo, senza per questo esagerare quando al rapporto di dipendenza tra struttura e sovrastruttura (per dirla in termini marxiani) ha senso continuare ad avere una scuola fordista, quando la struttura economica fordista per la quale era stata pensata non esiste più?

Non sarebbe il caso di ripensare tutto il modo in cui è impostato il modo in cui si insegna e quello che si insegna?

Circa il modo di insegnare. Su YouTube proliferano i canali di insegnanti in pensione, di insegnanti amatoriali, o di semplici appassionati che fanno fanno lezioni sulle questioni più disparate. Una tragedia per il florido mercato delle lezioni a pagamento, ma una manna per i conti familiari e per chi ha voglia di imparare.

C’è di più, Google promette che presto le barriere linguistiche cadranno. Quando ciò avverrà uno studente di un paesino dell’Aspromonte potrà, standosene comodamente a casa sua, ascoltare le lezioni in giapponese del più grande studioso di storia giapponese che, standosene comodamente a casa sua in Giappone, fa lezione via YouTube.

A quel punto, la famiglia dello studente dell’Aspromonte perché dovrà spendere una barca di soldi per mandare il figlio a studiare a Firenze per ascoltare le lezioni le figlio raccomandato del barone di turno?

Apro una parentesi: quando una istituzione stride in maniera assai rumorosa con la realtà, di solito è perché quell’istituzione non risponde più ai bisogni dei tempi moderni. Per dire, se gli studenti non riescono più a stare ad ascoltare per due ore, inchiodati al banco di lavoro la voce del capo-reparto, pardon, dell’insegnate che impartisce loro una lezione su Antonio Fogazzaro e il suo piccolo mondo antico, ma preferiscono stare incollati al cellulare, la soluzione non è imprecare contro i giovani sciagurati e la corruzione dei tempi moderni. Non ha senso urlare contro una involuzione della specie che non fa più apprezzare le lucciole e gli infiniti silenzi.

È che, grazie a dio, non ci sono più Franti, De Rossi e Garrono che sognavano le locomotive, le gite in carrozza e le “piccole cose di pessimo gusto” a cui aspirava un proletariato in ascesa sociale. Oggi i giovani vorrebbero sognare Marte e la scuola si ostina ad insegnare loro ad amare il ciuf-ciuf delle locomotive a vapore. Chiudo la parentesi

Sia chiaro: YouTube non è certo la panacea di ogni male, anzi si aprono problemi enormi a livello pedagogico e di contenuti, fatto sta che i paesi che riusciranno a connettere la propria struttura scolastica al sapere mondiale che viaggia su quei canali riuscirà a mettere il turno ai propri studenti.

Circa ciò che si insegna. Anche qui è necessario rovesciare il paradigma. Mi spiego. Partiamo impostando il problema. Punto primo. I successi della società aperta occidentale hanno creato un’economia che va a conoscenza (altro che petrolio). Tuttavia i saperi che un giovane deve possedere per poter trovare lavoro diventano crescono continuamente di numero e complessità, il che significa un allungamento a dismisura degli anni da passare sui libri e dei costi che una simile educazione comporta.

Punto secondo. Riprendendo l’esempio di qualche giorno fa, stiamo ormai entrando nella seconda parte della scacchiera, il che significa che la velocità con la quale le innovazione e il progresso viaggiano raggiungeranno ritmi supersonici, il che vorrà dire che non si farà in tempo a imparare una cosa che è già invecchiata. È come affannarsi di continuo sul Pordoi pur sapendo che non c’è nessun Gran Premio della montagna e nessuna maglia verde.

Ecco dunque il problema. Come fare per far sì che un essere umano normale acquisisca tutte le conoscenze che gli servono per lavorare all’interno della moderna economia, pur sapendo che lo sviluppo delle conoscenza viaggia ad una velocità alla quale nessun essere umano può andare?

La risposta è semplice. L’impero britannico formava la sua elites, che sarebbe poi stata chiamata a governare quell’impero, non insegnando loro tutte le storie dei singoli paesi dominati nelle varie epoche, ma si concentrava esclusivamente la storia del mondo greco-romano. Perché in quel caso, come scrive Toynbee, il rotolo della storia si era del tutto dispiegato dall’inizio alla fine. Quel mondo, almeno nell’interpretazione della Inghilterra vittoriana, rappresentava un ciclo umano, con un inizio ed una fine, all’interno del quale vi sono cadute e ascese, sviluppi e crisi, progressi ed involuzioni, genialità e brutalità. In sintesi, una grossa casistica di quelle cose umane che tendenzialmente perdurano nei nei secoli. In sintesi, i giovani inglesi venivano formati a capire il mondo, a saperne interpretare le novità e a orientarsi di fronte alle complessità e agli imprevisti, non a conoscere a menadito le cose note, ma per definizione limitate.

Allo stesso modo, per quello che ci ho capito, il mondo dell’informatica sta vivendo una vera rivoluzione da quando ha adattato lo stesso paradigma. Se prima infatti un programma era un lungo elenco di istruzioni e comandi impartiti ad un computer nel quale si cercava di inserire tante eventualità, ora ad un algoritmo gli si dice che deve imparare da sè, che deve girare, fiutare, assaggiare e trovare lui da solo la strada.

Ecco allora il cambio di paradigma da fare. Invece di costringere i giovani ad invecchiare tra i banchi di scuola e ad affannarsi come Sisifo ad imparare cose che diventeranno presto vecchie, sarebbe più opportuno insegnar loro a imparare, a pensare, a ragionare, dando loro soltanto una bussola per orientarsi del mondo.

In fin dei conti per imparare ad andare in bicicletta, mica memorizziamo prima tutte le strade tutte le curve e tutte le salite o gli sterrati che faremo? Impariamo a mantenere l’equilibrio, a pedalare, a stare con gli occhi ben aperti e a goderci il paesaggio.

Categorie: Analisi

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