La fine della globalizzazione

Pubblicato da Redazione il

La rivoluzione tecnologica di cui, dicono gli esperti, stiamo vivendo solo la fase iniziale, potrebbe produrre dei mutamenti straordinari, tanto da stravolgere il mondo nel quale siamo immersi. Ci saranno cambiamenti estremamente positivi e cambiamenti negativi. Si tratta di governare il cambiamento e ridurre al minimo gli effetti negativi. Un compito questo che spetta alla politica, quella vera.

In che consistono questi cambiamenti? Il primo, e forse anche il più pericoloso dal punto di vista politico, è la fine della globalizzazione economica così come l’abbiamo conosciuta sinora.

Che cos’è la globalizzazione? La globalizzazione economica non è altro che l’esplosione della catena di montaggio di “Tempi Moderni” di Charlie Chaplin e il disseminarsi su scala globale delle varie fasi della produzione, che si sono andate a piazzare là dove maggiori erano i vantaggi comparati (come definiti da Michael Porter).

Così le fasi della produzione a più alto contenuto di conoscenza (Ricerca & Sviluppo) si sono andate a collocare accanto alle grandi università americane, le fasi ad alto contenuto di manodopera sono andate in Cina, mentre il design lo fa Pininfarina.

Per fare un esempio non del tutto vero. A Cupertino si sono inventati il Mac, che viene assemblato in Cina, e per il design (ci metto la mano sul fuoco) Steve Jobs, la cui prima macchina era una FIAT 850 (come del resto ce l’aveva mio nonno) si è ispirato a Ettore Sottsass.

Oggi molte parti della produzione, come quelle a più alto contenuto di manodopera (ma non solo), possono essere fatte dai robot (un modo generico per dire tecnologia). Mentre restano preziose le attività creative e quelle di Ricerca & Sviluppo, che i robot ancora non sono in grado di fare e che, secondo me, non potranno mai fare, visto che non sono umani, e mancano quindi di empatia. Ma lascio subito questo terreno, che è troppo scivoloso.

Dunque, se così stanno le cose, perchè andare in Cina a far assemblare un televisore se posso farlo sotto casa in Italia con un robot che lavora giorno e notte, non ha bisogno di ferie e può stare anche al buio? Di qui quel fenomeno nuovo della “deglogalizzazione” o reshoring.

Ecco dunque il rientro di alcuni investimenti che, come è logico, si vanno a ricoloccare là dove c’è una maggiore concentrazione di quella mente-opera che produce quella conoscenza innovativa che è il vero motore della crescita economica. Secondo i dati di Confindustria nel 2016 in Italia sono ritornate 131 imprese: 100 al Nord, 30 al Centro e solo 1 al Sud.

Questo implica varie cose. Solo per dirne due. La prima, la concorrenza globale non si giocherà più sul basso costo della manodopera, su fiscalità di vantaggio o norme ambientali lassiste. Al contrario, ad attrarre gli investimenti maggiori saranno quei territori dove si produce la migliore materia grigia, dove migliore è la qualità dell’ambiente e dove è possibile ricostruire quel senso di comunità, proprio dei piccoli borghi, che ormai nelle città è sparito. In sintesi, senso di comunità, tutela ambientale e ottime università saranno i fattori decisivi per vincere la concorrenza internazionale e produrre ricchezza. Altro che petrolio.

Però questo significa anche che i venti del protezionismo che soffiano con forza crescente, l’isolazionismo sempre più evidente degli Stati Uniti, non sono solo il prodotto delle paure su cui gettano benzina i demamoghi. C’è un dato strutturale su cui questo trend nuovo si muove.

Quel mondo interrelato dei commerci ed investimenti, nel quale siamo vissuti sinora, che secondo Montesquieu e Kant avrebbe condotto alla pace, rischia di perdere di senso se possono produrmi tutto in casa e non ho bisogno più delle braccia cinesi.

Non è una buona notizia, perchè il protezionismo economico va di solito a braccetto con il nazionalismo politico. Così le nazioni o macro aree si trasformano in dei blocchi che potrebbero presto iniziare a cozzare tra di loro.

Del resto, proprio dallo scontro tra blocchi (quello tedesco, quello inglese, quello giapponese e quello americano) nel secolo scorso sono scaturite due guerre mondiali.

Riusciremo ora a evitare il ritorno al passato, godere delle meraviglie delle tecniche moderne in grado di produrre straordinarie ricchezze e benessere, senza ripiombare negli orrori del passato? Francamente non lo so.

L’Homo faber occidentale, il prometeo liberato, è giunto alle soglie del paradiso che egli stesso ha creato, ma proprio ora si fa più forte il rischio di ripiombare nella savana dei primi ominidi.

Categorie: Analisi

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