La fine della fabbrica (e dell’ufficio) fordista

Pubblicato da Redazione il

La fine della globalizzazione, di cui parlavo qualche giorno fa, è dovuta anche alla scomparsa della fabbrica fordista.

Che cos’è una fabbrica fordista? In linea di massima si può dire che è una megastruttura all’interno della quale entrano tutti i fattori della produzione ed esce il prodotto finale. E il lavoro all’interno di questa struttura è organizzato secondo il principio taylorista della catena di montaggio, vale a dire la parcellizzazione del processo produttivo per renderlo più veloce e sopratutto per fare sì che anche un operaio non specializzato sia in grado di svolgere un compito semplice e ripeterlo fino alla pensione.

Questa concentrazione serviva a produrre economie di scale e ridurre i costi di trasporto e di comunicazione. Se Herny Ford avesse fatto fare il motore ai tedeschi, la carrozzeria agli italiani e l’assemblaggio finale ai cinesi, comunicando con il telegrafo e spostando i vari pezzi con il Titanic, la Ford Model-T sarebbe costata come una Ferrari.

Ora, le innovazioni tecnologiche e la riduzione spaventosa dei costi di trasporto e di comunicazione hanno profondamente trasformato le logiche che hanno plasmato la fabbrica fordista.

Eppure, negli ultimi trent’anni la fabbrica fordista ha continuato a vivere e quella catena di montaggio che prima era rinchiusa all’interno di un solo grande stabilimento è andata disseminandosi a livello globale.

Questo vuol dire che quella fabbrica, con quella concezione del lavoro e della produzione, pur cambiando forma e scala ha continuato a vivere, anzi a prosperare.

In una prima fase, dunque, l’innovazione tecnologica ha cambiato solo una parte dell’organizzazione fordista, vale a dire la necessità di chiudere tutto all’interno di un unico stabilimento per ridurre i costi di trasporto e comunicazione.

Ora le cose potrebbero cambiare totalmente. Non solo e non tanto perchè i robot potranno lavorare al nostro posto. Non solo e non tanto perchè, in linea di principio, gli oggetti che ci servono potremmo stamparceli a casa con una stampate 3D, anzi di recente sono arrivati a stampare le case stesse.

C’è qualcosa di più profondo che sta cambiando e cioè il fatto che nuove aziende (Apple, Google, Facebook etc… i così detti over-the-top) stanno scalando la classifica dei colossi globali e si stanno imponendo come le Ford, la Standard Oil, AT&T del XXI secolo. E queste aziende sono diverse dalle altre.

La prova? Eccola: la difficoltà di fargli pagare le tasse. Mi riferisco a tutta la questione relativa alla Web Tax. Nel 2015 Facebook ha pagato 203mila euro di tasse in Italia (come una media azienda); Twitter 112mila e Airbnb 45mila euro.

Sicuramente ci sono elementi di dumping fiscale da parte di alcuni paesi, sicuramente quelle aziende sono avide di denaro e cercano di pagare meno tasse, ma a me sembra che ci sono delle difficoltà oggettive, e dovute al fatto che – spero di non sbagliarmi – la tassazione ad oggi è concepita per aziende che hanno una organizzazione stabile in un determinato luogo. Cosa che queste imprese non hanno.

Google può – in linea di massima – vendere i propri servizi pubblicitari in Italia senza che ci sia nemmeno un ufficio fisico ad incassare i soldi degli inserzionisti italiani. Airbnb è la più grande catena alberghiera al mondo, ma non possiede nemmeno una stanza e così Uber, la più grande compagnia di noleggio che non ha nemmeno una macchina. Ciò vuol dire che quella normativa era concepita per un tipo di impresa che forse presto non esisterà più.

Ma questo vuol dire anche che cambia il lavoro e non solo nelle fabbriche, ma anche negli uffici. È evidente infatti che anche le attività non manifatturiere in senso stretto sono state costruite secondo la logica della fabbrica fordista, grandi strutture all’interno delle quali sono stipati i lavoratori per ridurre i costi di comunicazione e di trasporto. Ma ora tutto questo potrebbe non avere molto senso, se lo stesso lavoro lo posso fare da qualsiasi posto con un computer e un collegamento internet decente.

Perchè uno deve ogni giorno chiudersi in un ufficio dalle 9 alle 5 se lo stesso lavoro può farlo da dove gli pare e quando gli pare? Ed infatti sono sempre più numerosi i casi di “aziende distribuite”, è cioè aziende dove i dipendenti possono liberamente scegliere da dove lavorare e, generalmente, agli orari che vogliano.

Il mondo sta cambiando e non si può fermare il vento con le mani, nè si possono riportare indietro le lancette della storia. Si può, però, ragionare per fare in modo che le innovazioni delle meraviglie che stanno arrivando possano essere utilizzate per migliorare l’esistenza del numero più ampio possibile di persone, liberandole da mansioni abbrutenti e ripetitive e consentendo loro di dedicarsi a ciò che è proprio degli essere umani e cioè la creatività. Chissà quante legioni di scrittori, poeti, studiosi, artisti, inventori geniali si son dovute piegare per necessità al lavoro ripetitivo e alienante di una fabbrica fordista.

Carlo Marx forse non aveva tutti i torti quando sosteneva che in quelle fabbriche si metteva l’uomo al servizio delle macchine, invertendo così il rapporto servo-padrone. Ora però si tratta di fare il contrario: schiavizzare i robot e liberare gli uomini. E non è impossibile.

Categorie: Analisi

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