Il governo dei peggiori

Pubblicato da Redazione il

Se le fumisterie marxiane si diradassero del tutto e se Fusaro si desse all’ippica, si scoprirebbe che la fonte della ricchezza delle nazioni non è nella struttura economica: al contrario è il modo in cui le istituzioni conformano il potere politico che fa la differenza. Acemoglu e Robinson in Why Nations Fail fanno un esempio assai efficace.

La cittadina di Nogales è tagliata in due dal confine che separa il Messico dagli Stati Uniti. Il clima è lo stesso, il territorio è lo stesso, anche le zanzare sono le stesse, eppure la Nogales americana è ricca e quella messicana è povera. La ragione? Nell’unica cosa che i due paesi hanno di differente: da una parte una liberal-democrazia che funziona, dall’altra una struttura istituzionale che fa acqua da tutte le parti. Lo stesso esempio vale anche per il confine che separa la Corea del Sud da quella del Nord. A Sud una società aperta che, puntando sulla ricerca scientifica e l’innovazione tecnologia, si è arricchita in maniera spettacolare conquistando il mondo con i propri prodotti; dall’altra culto del capo, oscurantismo e fame.

Si può allora dire che il confine che separa la ricchezza dalla povertà è lo stesso che separa le società aperte dalle società chiuse. E questo vuol dire anche che la tesi marxiana, dove la struttura economica determina la sovrastruttura, va capovolta del tutto. È la sovrastruttura istituzionale che fa la differenza in termini di ricchezza e prosperità. Si può allora parlare di un vero primato della politica a fronte dell’economia dato che, le parole sono di Einaudi, l’economico non spiega l’economico. Anzi, meglio: un primato istituzionale.

E però non bisogna esagerare. Mi spiego. Nel governo della legge, che si differenzia dal governo legibus solutus dei o del legislatore, a governare sono le costituzioni, o meglio i principi liberali che in esse sono sanciti.

Ma le costituzioni, per quanto rigide, e per quanto, giustamente, ammantate di sacralità, sono pur sempre dei pezzi di carta e se i cittadini non si muovono in loro difesa quando sono minacciate, diventeranno presto carta straccia.

Ciò vuol dire che accanto alle istituzioni che per statuto la costituzione devono difendere (corte costituzionale e forze armate) è necessario formare l’opinione pubblica.

Ma chi o cosa forma l’opinione pubblica? Le informazioni che le vengono fornite, quindi la libera stampa. Eppure non è sufficiente, perché se le coscienze dei cittadini sono abbrutite, le parole della libera stampa cadono nel silenzio. È necessario dunque che nelle coscienze dei cittadini viva il senso della giustizia e l’amore per la libertà perché insieme con la libera stampa possano formare un muro in grado di fermare i despoti, sia esso l’uno, i pochi o i molti.

Attenzione perchè libertà significa anche libertà dalla paura: paura dei violenti e prepotenti, paura della fame, paura della malattia, paura del futuro. E lo strumento che si è dimostrato più efficace per curare queste paure è lo stato di sociale. Stato di diritto e Stato sociale, dunque.

Ma a questo punto ci si deve chiedere, chi è che forma la coscienza dei cittadini, e crea il senso della giustizia e l’amore per la libertà? Se è vero che questi sono sentimenti innati, è altrettanto vero che può esistere una maggiore o minore aspirazione alla libertà e un diverso grado di tolleranza dell’ingiustizia, che popoli diversi mostrano, sopportando privazioni della libertà e vivendo sotto regimi autoritari, che altri non tollerano.

Ciò vuol dire che è l’educazione delle coscienze che forma la maggiore o minore intolleranza per l’ingiustizia e l’autoritarismo. A formare le coscienza è dunque in primo luogo la scuola.

Questo significa che una scuola libera e una stampa libera sono essenziali a nutrire quei due sentimenti (la giustizia e la libertà) senza i quali non ci sarebbero istituzioni che incarnano i valori di libertà e giustizia sociale.

Eppure non finisce qui, e bisogna chiedersi cos’è che rende (e ne garantisce il perdurare nel tempo) libere la stampa e la scuola? Si può rispondere a questo punto con un breve elenco, ma per essere sintetici si può dire che sono gli uomini liberi che fanno la libera scuola e la libera stampa.

Ma per essere liberi non deve essere necessario essere eroi. Ciò vuol dire che se è vero che sono gli uomini liberi che fanno libere le istituzioni, vale anche il contrario, solo le libere istituzioni che consentono agli uomini di essere liberi, senza per questo rischiare di perdere il lavoro, i propri beni, la propria vita. Ed ecco allora che il cerchio si chiude.

È per questo che da un pò di anni vado proponendo di non parlare più di variabili indipendenti, di causa causans, e propongo questa “teoria circolare delle democrazia”, dove tutto si tiene ed ogni elemento è di pari importanza.

Tutto questo per dire cosa? Che le nostre liberal-democrazia sono degli straordinari organismi, ma molto complessi e molto fragili. Non a caso nella storia i precedenti si contano sulle dita di una sola mano.

Organismi anzi fragilissimi visto che ogni elemento è correlato agli altri e, quindi, il malfunzionamento di anche uno solo di essi rischia di far crollare tutto. Dove anzi l’interazione tra un elemento malato e un altro sano rischia di elevare a potenza i guasti. Per dire: la libertà senza senso di giustizia provoca la licenza, la libertà di stampa senza amore per la libertà si trasforma in propaganda e via dicendo. Non solo, ma sono organismi difficilissimi da riparare, visto che richiedono interventi complessi i cui effetti si vedono solo nel lungo periodo.

A causa del malfunzionamento dunque dei suoi elementi costitutivi, l’organismo delle nostre liberal-democrazie si indebolisce, le difese immunitarie si abbassano e ci si espone ai virus, il fascismo, il populismo, l’autoritarismo e via dicendo.

Ed è quanto è accaduto al nostro paese che ha il triste primato di avere il primo governo populismo (per loro stessa ammissione) tra i paesi civili ed ha ragione da vendere Panebianco (ieri sul Corriere) quando dice che non ce ne libereremo facilmente, visto che questo governo è la piena espressione di un paese malato e gli si adatta come un guanto, e in questo modo produce altri disastri. Per fare un esempio, secondo studi della Confindustria il 20% delle imprese ce l’ha fatta, ha superato la fase di transizione e ora compete nell’economia globale dell’Industria 4.0. Un altro 20% non ce l’ha fatta. Il restante 60% è un corpaccione spiaggiato che annaspa.

Cos’è più semplice per queste imprese, avviare una costosa e complessa transizione per avventurarsi in un futuro dove non un solo giorno si potrà riposare sugli allori, o chiedere al governo sussidi, protezioni, dazi doganali e, uscendo dall’euro, svalutazioni competitive? Per me la risposta è ovvia.

Così si salderanno tutta una serie di alleanza tra i peggiori, che premieranno e selezioneranno altri peggiori. Si formerà così una fitta rete di alleanze tra le idee politiche più retrive e gli imprenditori più pavidi. Una fitta rete un pò alla volta si stringerà attorno a questo paese, allontanandolo sempre più dai paesi civili, e soffocandolo lentamente, fino al collasso.

Categorie: Analisi

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