Il caos cinese prossimo venturo

Pubblicato da Redazione il

Non mi occupo più in maniera sistematica di questioni asiatiche ma ogni tanto l’occhio comunque distrattamente ci scappa a quella parte del mondo.

In questi giorni, non c’è giornale o quotidiano che, parlando del XIX Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC) non abbia ripetuto fino allo sfinimento che Xi Jinping è il leader più potente dai tempi di Mao e che questa preminenza si evince anche dal fatto che il suo nome è stato scritto nella Costituzione del Partito.

Se qualcuno si fosse preso la briga di andarla a leggere quella costituzione si sarebbe accorto che ci sono i nomi di tutti i predecessori di Xi Jinping. Insieme al marxismo-leninismo c’è il pensiero di Mao, la teoria di Deng Xiaoping, la Teoria delle tre rappresentanze di Jiang Zemin, la teoria dello sviluppo scientifico di Hu Jintao.

Altra considerazione, dopo aver infranto la regola dell’immunità degli ex membri del Politburo con la carcerazione di Zhou Yongkang, Xi pare abbia violato un’altra regola, alla imposizione della quale con Deng Xiaoping si era arrivati con grande fatica e che ha garantito stabilità al paese negli ultimi decenni: il limite dei due mandati. La cosa è di importanza capitale e basterebbe leggere Guglielmo Ferrero per capirlo.

Spiego. Ciò che rende stabile il potere, o meglio sarebbe dire, un regime politico è la sua legittimità agli occhi dell’opinione pubblica. Nessun regime, per quanto brutale, può reggersi sulla sola forza. Cosa che Talleyrand sapeva bene quando ripeteva a Napoleone che con le baionette si possono fare molte cose, tranne sedercisi sopra.

C’è una domanda cruciale che si ripete dalla notte dei tempi: perchè alcuni hanno il diritto di comandare ed altri il dovere di obbedire?

Per rispondere a questa domanda è necessario individuare quali sono le fonti della legittimità e queste sono soltanto due: il principio monarchico-ereditario (il potere passa di padre in figlio); ed il principio democratico-elettivo (è il popolo che decide chi comanda).

Il che significa che tutti i regimi nati da una rivoluzione o da un colpo di stato sono illegittimi a meno che non riescano ad incanalarsi in una delle due fonti di legittimazione. L’alternativa è lo scatenarsi di lotte intestine, spesso violente, per la successione al potere, come accaduto dopo la morte di Mao. In sintesi, senza un regime non legittimo di solito conduce ad una guerra civile.

In Corea del Nord si è risolto il problema creando una successione ereditaria, mentre in Cina si era tentata una via istituzionale, con l’imposizione di una serie di regole e procedure. Regole che Xi, pare, stia stravolgendo. Il punto è che là dove il partito è Stato, e non tollera che ci siano poteri diversi dal suo, non vi è nemmeno un organo terzo che può far rispettare le regole.

Ecco allora che Xi, violando quelle regole, riapre il vaso di Pandora della legittimazione del potere politico del PCC che è nato anch’esso da una rivoluzione, e pone nuovamente il problema della successione al potere, il che può significare potenzialmente guerra civile.

Pertanto non mi stupirei se nei prossimi anni, in Cina dovesse divampare la lotta tra fazione, che muovendo pezzi delle forze armate e dell’immenso apparato di sicurezza iniziano a farsi la guerra tra di loro.

Al di là di quanto possa pensare un’Europa, che non fa altro che guardarsi l’ombelico, la Cina è fragile. O meglio, il suo sistema economico è fragile perchè quello politico lo soffoca: un’economia di mercato trainata dalle innovazioni ha bisogno di un apparato di libertà e diritti che solo una democrazia liberale può garantire nel lungo periodo. Senza democrazia non c’è libertà e senza libertà non c’è sviluppo economico.

Oggi, un sistema politico sempre più forte in Cina sta soffocando mercato e società civile e non è un caso che la crescita continui a calare. Ciò significa che la salute del PCC, o comunque di un regime autoritario, è incompatibile con il benessere di lungo periodo della Cina.

Certo, se dovesse aprirsi una faida all’interno dei palazzi del potere in grado di rompere l’unità del PCC, sulla carta ci sarebbe la possibilità di una sbocco democratico. Tuttavia esiste anche il peso della storia e la possibilità che dopo una fase di grandi e dannose turbolenze si possa assistere, sotto nuove insegne e con nuovi colori, al ritorno del vecchio dispotismo orientale e alla restaurazione del potere imperiale così come fece Mao, che da rivoluzionario leninista si trasformò in un imperatore rosso.

Categorie: Analisi

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