C’era una volta il secolo cinese e i suoi cantori…

Pubblicato da Redazione il

Quando nei mesi scorsi, nel mezzo delle reciproche minacce nucleari di Kim e Trump, continuavo a dire che sarebbe andato tutto per il meglio, che anzi si sarebbero avviati negoziati di pace e si sarebbe intrapreso il percorso della denuclearizzazione della penisola coreana (Radio Vaticana), un amico mi telefonò invitandomi a smettere di scrivere di politica internazionale per evitare figuracce… Mi deve un pizza.

Il ragionamento era semplice. Kim era (ed è) un attore razionale che agisce per conto dei cinesi.

La Corea del Nord alla Cina serviva per tenere lontani gli americani e disegnare un suo ordine asiatico sinicentrico.

Il cuore di tutta la strategia nordcoreana della Cina consisteva nel far incazzare i giapponesi e suscitare così le antiche paure che i dolori e i lutti causati dall’imperialismo nipponico avevano lasciato in Asia.

Il marchingegno funzionava così: quando gli Usa iniziavano a fare la voce grossa con Pechino, che si faceva bellamente i fatti suoi e violava tutto quello che si poteva violare in termini economici e politici (dumping monetario, sociale, spionaggio economico e tecnologico, violazione del diritto del mare nel Mar cinese meridionale e orientale), magicamente Kim iniziava a fare il pazzo, facendo test nucleari o sparacchiando missili. E continuava a farlo finché il Giappone non si innervosiva e si dichiarava pronto a riarmare e ad intervenire per difendersi dalla minaccia nordcoreana.

Quando questo accadeva per la Cina il gioco era fatto. I paesi dell’area, compresa la Corea del Sud, fedele alleato americano, iniziavano ad aver paura di un ritorno della minaccia giapponese e si schieravano dalla parte di Pechino, che poteva così ergersi a bastione contro il ritorno del militarismo nipponico, come del resto aveva fatto nella seconda guerra mondiale.

A quel punto, la Cina aveva vinto e gli Usa avevano perso e per non esasperare la situazione facevano un passo indietro, mentre Pechino continuava a farsi bellamente i fatti suoi.

Di recente però le cose sono cambiate con Pechino che in politica estera ha abbandonato le remore del passato (il monito di Deng) e ha iniziato a fare il bello e il cattivo tempo nell’area minacciando di qua e di là e fregandosene delle preoccupazioni che nascevano negli altri paesi. Un atteggiamento che Luttwak ha giustamente definito “autismo da grande potenza”.

Così quando gli Usa di Trump hanno alzato di nuovo la voce, Pechino si è affidata fiduciosa al vecchio meccanismo. E però questa volta sono successi due fatti nuovi.

Il primo: il Giappone ha alzato la voce, si è riarmato ma le antiche paure nei paesi che erano stati vittime dell’imperialismo nipponico non sono emerse, perché nel frattempo la Cina aveva messo loro più paura dei fantasmi del passato.

Il secondo: gli Usa non hanno abbassato i toni, anzi Trump ha continuato a fare il “cane pazzo” e a trascinare la Cina sull’orlo del burrone. Il che vuol dire che tanta parte del merito di questo nuovo clima di pace è di Trump.

Pechino ha avuto paura del precipizio e si è ritratta, imponendo al povero Kim di trasformarsi da un giorno all’altro da dio della guerra a colomba di pace. Di qui i negoziati. Tutto ciò significa varie cose.

La prima che in Asia il passato è finalmente passato.

La seconda che gli Usa hanno vinto il braccio di ferro con Pechino: non ci sarà nessun secolo cinese (con buona pace dei suoi improvvisati cantori), nemmeno in Asia, e il grande problema del futuro, anche per le scelte di politica interna che stanno facendo (il mandato a vita di Xi Jinping) sarà quello di gestire una Cina rancorosa e in declino. Ma non dovrebbe essere difficile. Ora tocca alla Russia.

Categorie: Analisi

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