Campi, officine, diritti sociali e XXI secolo

Pubblicato da Redazione il

La malattia mortale di una liberal-democrazia, o di una società aperta se si preferisce, è una questione sociale, che trasforma il popolo in una folla irrazionale e spaventata del futuro.

La questione sociale, tuttavia, è essa stessa un prodotto. È il naturale risultato dell’azione delle forze di mercato, che, non controbilanciate dalla mano visibile dello Stato, producono disuguaglianza e aspettative negative.

Questa riflessione è presente negli atti dell’Assemblea costituente. Emilio Lussu, tra gli altri, lo dice chiaramente: il fascismo è il risultato del fallimento della Stato liberale che si è limitato a fare il guardiano notturno della proprietà privata senza intervenire per curare i guasti sociali prodotti dal mercato, insieme (beninteso) alle tante meraviglie.

(Nel caso italiano lo Stato qualcosa fece, soprattutto in quella grande fase di avanzamento che fu l’età giolittiana).

La cura più efficace, come detto altre volte, e la prevenzione più forte per impedire il sorgere di una questione sociale sono i diritti sociali (o socialisti) e la creazione di quella macchina che deve garantirne l’applicazione e cioè lo Stato sociale.

Di qui la costituzionalizzazione nel nostro ordinamento dei diritti sociali, conquistati nei secoli dalle leghe contatine e dai sindacati operai, accanto ai diritti liberali conquistati dalle grandi rivoluzioni liberali del passato.

C’è di più. Se si leggono gli atti della I° Sottocomissione si scopre che sia Togliatti, che La Pira, che Lelio Basso erano concordi nel ritenere che i diritti liberali fossero “finalizzati” alla realizzazione dei diritti sociali (sociaslisti). Il che significa che in Italia, al vertice della gerarchia delle fonti, ci sono i diritti sociali.

Cosa che si evince chiaramente negli articoli 41 e 42 dove le due classiche liberà liberali, la libera impresa e la proprietà privata, trovano un limite nella dignità umana e nell’utilità sociale.

Questo significa che non può dirsi riformista chi, in nome delle riforme strutturali di stampo neoliberista produce una compressione dei diritti sociali, e nel contempo non può dirsi riformista chi, in nome delle riforme di struttura, tende alla compressione dei diritti liberali.

Questo vuol dire anche che le riforme che producono tagli alla sanità, all’istruzione, alle pensioni, all’assistenza avrebbero dovuto essere dichiarate incostituzionali.

Sia detto per inciso, finchè c’è questa costituzione, la sinistra italiana non ha bisogno di andare vagabondando in giro per il mondo alla ricerca del Sanders o del Corbyn di turno, tutto quello che c’è da fare è scritto nella costituzione e consiste nella garanzia per tutti dei diritti sociali. Il resto è romanticismo.

Qui però si pone un problema, lo stato sociale nel corso dei Trenta gloriosi ha funzionato ottimamente. Così le università hanno prodotto, insieme con i finanziamenti pubblici, tecnologie delle meraviglie, che hanno rivoluzionato l’economia. Ciò significa però che, come scrivevo ieri, servono decenni e tanti soldi per poter acquisire le conoscenze che servono per poter lavorare nel mondo nuovo.

D’altro canto, la scienza medica e la sanità pubblica hanno prodotto risultati spettacolari, il più evidente dei quali è un aumento strabiliante della durata della vita. Ciò significa però un aumento dei costi per sanità e pensioni.

Da qui ne potrebbe discendere due strade. La prima, in nome della salute dei conti pubblici, tagliare i fondi per i diritti sociali, i cui costi sono crescenti. La seconda, fregarsene dei conti pubblici e delle esigenze economiche delle imprese e imporre comunque la garanzia dei diritti sociali. L’una e l’altra sono strade che conducono al disastro.

C’è però una terza strada (da non confondere con la terza via) che consiste nel trovare il modo di utilizzare le tecnologie delle meraviglie che possediamo per garantire al più ampio numero possibile e al più alto livello possibile i diritti sociali a costi minori.

Compito di una forza di sinistra, socialista, liberale, progressista è pertanto quello di portare nel XXI secolo quei diritti sociali che furono conquistati dalle leghe contadine e dai sindacati operai nei campi e nelle officine dell’800. Il resto è solo una operazione nostalgia dalla venature conservatrici.

Categorie: Analisi

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